Giusy Ferreri

A tu per tu con la cantautrice lombarda, in uscita con il suo nuovo progetto discografico intitolato “Cortometraggi

Reduce dalla sua quarta partecipazione sanremese, abbiamo il piacere di ospitare tra le nostre pagine Giusy Ferreri per parlare di “Cortometraggi”, album che arriva a cinque anni di distanza dal precedente Girotondo. In scaletta dodici brani inediti, tra cui spiccano i singoli apripista Miele e Gli Oasis di una voltaTra gli autori presenti in questo lavoro, figurano le firme di Giovanni Caccamo, Marco Masini, Bungaro, Gaetano Curreri, Piero Romitelli, Mario Fanizzi, Gerardo Pulli e la stessa artista lombarda. Il risultato è un progetto evocativo, ispirato e dal forte contenuto emotivo.

Ciao Giusy, benvenuta. Partiamo da “Cortometraggi“, a cosa si devono le scelte del titolo e del concept di questo tuo nuovo disco?

«L’idea è partita dalla dimensione live, dai momenti in cui nei miei spettacoli mi capita di cantare brani come “Rossi papaveri” o “La bevanda ha un retrogusto amaro”, pezzi che ho sempre presentato e considerato come dei cortometraggi di genere tragicomico, dai forti contenuti sociali. Di conseguenza, nel corso degli anni, la scaletta è diventata sempre più varia a livello di stili musicali. Al punto che mi sono posta l’obiettivo di ricreare questo tipo di versatilità anche su disco, per non propormi in una sola e unica veste, ma in più versioni. Ho sintetizzato questo concetto in un titolo dal respiro cinematografico per esprimere nel modo migliore questo concetto».

Hai descritto queste canzoni come tanti piccoli film, cosa ti affascina di questo tipo di narrazione?

«La narrazione stessa. Nel disco ci sono pezzi per me molto evocativi. “Federico Fellini” è un brano molto profondo, con dei bellissimi riferimenti cinematografici. Un po’ come “Miele”, che non a caso è stato scelto per il palco di Sanremo. L’aggiunta dell’effetto di “voce megafonata” riporta ad un tipo di ambientazione retrò che mi piace parecchio. Una dimensione corale e quotidiana si percepisce tra le righe di “Cuore sparso”, una riflessione importante e indispensabile su ciò che ha accomunato l’umanità con il problema della pandemia. Poi c’è “Il diritto di essere felice”, un brano di cui sono molto innamorata, che è stato scritto per me da Marco Masini.

Cito anche “Gli Oasis di una volta”, un autoritratto dalle atmosfere più cupe e introspettive che ho tenuto nel cassetto per quasi due anni. Diciamo che è una canzone che stavo coccolando per poter introdurre delle mie parti personali, per esprimere qualcosa che fosse più veritiero. In sostanza, considero queste canzoni come delle pellicole una diversa dall’altra, ma che fanno parte della stessa saga».

Giusy Ferreri - Cortometraggi

In passato avevi realizzato un altro disco che un po’ si ricollega al senso di questo lavoro, mi riferisco a “Fotografie”, anche se in quel caso si trattava di un album di cover. Mi incuriosisce chiederti qualcosa in più rispetto a questa tua idea visiva di musica fatta di parole, di note ma anche di immagini…

«Le immagini sono sicuramente indispensabili per poter dare un’idea molto più chiara della musica, delle proprie idee e del proprio vissuto. E’ un qualcosa che va al di là del semplice ascolto e si lega ad un immaginario più complesso, che si avvicina ad un coinvolgimento più collettivo. E’ come se la parte visiva contribuisse alle descrizione di alcuni temi, scandendone addirittura dei momenti. Mi piace esprimermi in tal senso, creare questa unione tra il visivo e l’ascolto, un qualcosa che non considero affatto scontato».

Quali criteri ti hanno spinta a scegliere di portare “Miele” sul palco di Sanremo?

«“Miele” la sento un po’ come una chicca, perché arriva in maniera orecchiabile, ma contemporaneamente risulta anche originale. Un brano che non crea un netto distacco dai lavori precedenti e dalle collaborazioni maturare con Takagi & Ketra, Federica Abbate e Davide Petrella. Le hit estive non sono il mio mondo. Mi è sempre capitato di essere ospite di progetti di altri colleghi. Diciamo che quella è una versione di cui ne vado fiera e orgogliosa, ma in fin dei conti non c’è mai stata traccia di questa dimensione nei miei dischi.

“Miele” fa un po’ da ponte, ma l’obiettivo è sempre quello di ritornare con qualcosa di differente e di spiazzante. Di sicuro non mi aspettavo di arrivare così in fondo alla classifica, però sono contenta di aver presentato qualcosa al di fuori dagli schemi e dalle aspettative. Quasi come se si trattasse di un nuovo inizio, di un esordio, come se partissi da zero, giocandomi le mie carte ogni volta in maniera differente».

Tutti abbiamo sorriso guardando i vari meme che sono circolati in rete, in modo particolare quelli legati all’utilizzo del megafono. Pensi che questo tipo di attenzione abbia potuto sviare e in qualche modo pesare sulla classifica finale? Secondo te i social network possono influire, nel bene e nel male, su un evento mediatico della portata di Sanremo?

«Li ho visti e mi hanno fatto sorridere. Naturalmente ero consapevole di arrivare in scena con qualcosa che si faceva abbastanza notare (sorride, ndr). In realtà, però, il megafono mi serviva per ricreare un effetto sonoro che in passato avevo già utilizzato in “Noi brave ragazze”, ma volevo riproporlo in maniera differente per non ripetermi. Piuttosto che il megafono tradizionale, questa volta, ho pensato di portare sul palco con me il megafono nautico, anche per una questione di immagine più retrò, in corrispondenza all’attitudine del brano.

A mio parere non credo che i social network possano causare dei danni in tal senso. Sicuramente se ne è parlato di più, anche perché la maggior parte dei miei passaggi sono stati in tarda serata, anzi, credo che in questo modo il brano sia riuscito a girare nelle orecchie di chi non lo aveva ancora sentito. In fin dei conti, però, non credo che la cosa mi abbia né penalizzato né aiutato».

Eppure consultando gli odierni passaggi radiofonici, “Miele” sta già prendendosi la sua bella rivincita…

«Non avevo dubbi nel momento in cui ho scelto di presentare questo brano, perché la stesura originale in studio è decisamente più radiofonica della versione più affascinante che è stata realizzata ed allungata per dare risalto all’orchestra. Dal vivo e in quel teatro aveva una magia totalmente differente. Anche per questo mi piaceva l’idea di avere due dinamiche differenti e due visioni diverse dello stesso pezzo. Il brano presente nel disco è più diretto, sicuramente è stato prodotto e pensato per le radio. Probabilmente si tratta di un pezzo che si presta più a questo tipo di dimensione. Forse è meno performante dal vivo su un palco come quello di Sanremo».

Giusy Ferreri

Per concludere, in passato hai spesso cantato pezzi scritti interamente da te. Questo album si arricchisce in chiusura di “Ricordo” che porta la tua firma, mentre nel precedente disco “Girotondo” figuravi esclusivamente come interprete. Com’è cambiato il tuo approccio con la scrittura e com’è nata l’esigenza di tornare a raccontarti?

«”Ricordo” è il brano dove emerge tutta la tipologia della mia scrittura, che si muove armonicamente sulle sospensioni, una mia prerogativa sia di musica che di vita. Questa attitudine la si ritrova anche in altri pezzi che ho scritto in precedenza, come “In assenza” o “Piove”. A me è sempre piaciuto fare qualcosa di diverso, per questo ho approfondito e trovato questa mia modalità personale. Ho scelto questa canzone in mezzo a tanto altro mio materiale che avevo a disposizione, perché era il pezzo che meglio si sposava con il resto del lavoro.

Non nego che più si va avanti e più diventa difficile riuscire ad ottenere l’approvazione da parte del team discografico per inserire le proprie canzoni. C’è sempre questa predilezione nell’avere altri autori ed editori intorno. Ho la fortuna di avere al mio fianco persone in cui credo fermamente, come Diego Mancino, Bungaro e Marco Masini. Nei loro pezzi ritrovo una verità e un forte legame, per cui sono poi io stessa a trovare una vicinanza con la mia personalità. Per il resto, in questo preciso momento storico, trovo sia sempre una grandissima lotta poter riuscire a mettere qualcosa di personale all’interno di un proprio album».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

By Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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