Grido: “Per trovare i miei diamanti ho dovuto scavare nel fango” – INTERVISTA

A tu per tu con il rapper milanese, fuori con il suo terzo album in studio intitolato “Diamanti e fango

Tempo di nuova musica per Luca Aleotti, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Grido, rapper che ricordiamo per la sua longeva e prolifica militanza nei Gemelli Diversi, oltre che per il suo percorso solista inaugurato nel 2014. E’ disponibile negli store digitali e nei negozi tradizionali dallo scorso 15 novembre Diamanti e fango, il suo terzo capitolo discografico anticipato dal singolo Qualcosa di buono, impreziosito dal feat. con Il Cile. Dodici gli inediti in scaletta, tra cui spiccano le altre collaborazioni con: J-Ax, Nerone, Sewit e Sergio Sylvestre, oltre ai produttori Shorty Shok, Kermit, Mastermaind e Roofio.

Ciao Luca, benvenuto su RecensiamoMusica. Partiamo da “Diamanti e fango”, il tuo terzo album da solista, quali tematiche e che tipo di sonorità hai scelto di abbracciare?

«Per quanto riguarda le tematiche mi viene difficile sintetizzare il concetto in compartimenti stagni, perché è veramente un disco in cui mi sono raccontato tantissimo, cercando di esprimere a 360 gradi la mia visione della vita e del mondo che mi circonda. E’ un album pieno di contenuti, in controtendenza da quello che ultimamente ci si aspetta dal rap, che è stato un po’ svuotato. Volevo comunicare tanto e far riflettere chi mi ascolta, mentre dal punto di vista delle sonorità ho cercato di farmi contaminare da ciò che mi piace, per cui ci sono dei pezzi con richiami funk, altri gospel, le produzioni sono svariate. Con questo lavoro ho cercato di creare un mio suono, di dare una mia identità a quello che ho scritto».

Dal punto di vista musicale si alternano ben quattro produttori e diversi ospiti, come hai selezionato i compagni di questa avventura?

«Sono andato a cercare qualcuno che potesse dare al disco quel di più che non riuscivo a dare io da solo, dalla voce di Sewit che considero una promessa della musica italiana a quella di Sergio Sylvestre, che non ha bisogno certo di presentazioni. Poi c’è J-Ax, perché se non metto mio fratello nella tracklist di un disco la mia fanbase me la fà pagare per sempre (sorride, ndr), questa volta è stato interessante collaborare insieme perché è venuto fuori un pezzo profondo, in cui la nostra affinità diventa un vero e proprio plus. Infine, Nerone è uno dei più forti rapper e freestyler che abbiamo nel nostro Paese e, per concludere, Il Cile che ha lavorato con me al singolo apripista “Qualcosa di buono”. Sono tutte collaborazioni nate dal rispetto reciproco, oltre che come musicisti proprio come persone, è stato un piacere ospitare in studio ognuno di loro».

Un titolo che racchiude al suo interno sia gli aspetti belli che quelli brutti della nostra esistenza, se dovessi trarre un bilancio, dato che hai da poco compiuto quarant’anni, nella tua cassaforte ci sarebbero più diamanti o più fango?

«Credo di essere abbastanza fortunato da poterti dire che nel mio bilancio personale ci sono più diamanti, ma sono anche cosciente che per trovare molti di questi diamanti ho dovuto scavare nel fango, fronteggiando situazioni difficili. E’ un equilibrio tra le due cose, diciamo che adesso essendo maturato un po’ ho cercato di imparare a non affliggermi, a non farmi abbattere dalle situazioni difficili per ricavarne il meglio, questo porta sempre qualcosa di positivo. Poi c’è il diamante più grosso della mia vita che è mio figlio, sono un giovane padre e già solo quello basta per spostare non di poco il peso sulla bilancia».

Quali sono gli insegnamenti che cercherai di trasmettergli? Cosa hai imparato fino ad adesso?

«Cercherò di insegnarli ad essere una persona onesta, una persona che non ha vergogna di dire quello che pensa, una persona che lotta per i propri sogni. Per cui, proverò ad accompagnarlo e appoggiare i suoi sogni in ogni modo».

Dopo aver parlato di te e della tua visione di musica, non posso non chiederti un parere su quello che c’è intorno, qual è il tuo pensiero sull’attuale scenario discografico? 

«C’è un fermento incredibile, penso che ci sia una grande produzione in tutti i generi musicali, non solo quelli che vanno al momento per la maggiore. Il sovraffollamento di prodotti musicali da una parte è una figata, dall’altra porta inevitabilmente a ridurre il tempo di attenzione sul singolo artista e sul singolo prodotto. Questo diventa un lato negativo, ci vorrebbero le giornate di quarantotto ore per poter ascoltare tutta la musica che esiste.

A tal proposito, in un’epoca in cui siamo inondati di musica, tutto và velocemente e l’attenzione del pubblico è diminuita, secondo te, quali caratteristiche deve avere una canzone per non essere “skippata”?

«Domanda da un milione di dollari, oggi come oggi, purtroppo l’attenzione è spostata più sul personaggio, sul gossip, sul cercare di creare un fenomeno intorno all’aurea di un’artista, concentrandosi meno sulla canzone. A volte le canzoni vengono skippate solamente perché non arrivano dai cantanti in hype in quel determinato momento, per cui non so se è più la musica che condiziona questa cosa o quello che c’è intorno. Fosse unicamente la canzone, dovrebbe essere accattivante già da subito,  in modo da poter catturare l’attenzione per poi cercare di mantenerla alta».

Riferito nello specifico alla scena hip hop, pensi che esita oggi un real rap e un fake rap?

«Questo esiste da sempre, indipendentemente dalla deriva che prende il genere musicale in quel momento. Sai, all’inizio c’erano i centri sociali e sembrava che tutto quello che non proveniva da quel mondo era fake rap, poi ad un certo punto c’è stata l’esplosione commerciale e c’è stata una prima distinzione tra il mainstream e l’underground, adesso c’è la trap e il rap vecchia scuola. Io credo che comunque, real o fake, lo stabilisce l’attitudine di chi lo fà, indipendentemente dal ramo che hai deciso di prendere, se parli di strada ma in realtà sei di buona famiglia e quelle realtà non le hai mai viste, stai solo cercando di sfruttare il trand di un immaginario, sapendo che ha presa sulla gente. Nel mio caso il personaggio, la musica e la persona coincidono, io ti parlo di quello che vivo realmente, mi sento vero e leale da questo punto di vista».

Restare se stessi è una scelta che immagino non sia facile, soprattutto in un momento come questo in cui cavalcare le mode sembra essere diventata una disciplina olimpica. Cosa ti spinge a portare avanti il tuo discorso e non lasciarti influenzare da quello che c’è intorno?

«Perché fà parte della mia attitudine da sempre, mi sento onesto con me stesso nel fare musica in un determinato modo. Sento il bisogno di esprimermi e comunicare qualcosa alle altre persone, qualcosa che sia mio al 100%. Un comportamento totalmente contrario a questo sarebbe dire: ok, c’è questo trand che funziona, devo seguire questa scia. Sinceramente non è stato il mio obiettivo quello di snaturarmi per cavalcare un’onda, preferisco andare dritto per la mia direzione e fare qualcosa di cui possa essere orgoglioso in prima persona».

Una domanda su Sanremo, proprio quest’anno ricorrono dieci anni dalla tua unica partecipazione al Festival, insieme ai Gemelli Diversi con il brano “Vivi per miracolo”. Ti piacerebbe ritornarci in futuro? Pensi che, in qualche modo, il palco dell’Ariston sia stato sdoganato negli ultimi anni, sia per quanto riguarda la scena rap che quella urban?

«Sì, credo che ormai sia la scena rap che urban siano state sdoganate sul palco di Sanremo, noi ci siamo stati come Gemelli Diversi nel 2009 e all’epoca era quasi un’eccezione il fatto che ci fosse quel genere di musica in gara, mentre grazie alle ultime edizioni è diventata una consuetudine. Perché no ad un nuovo Sanremo? Devo dire che in quell’edizione fummo fortunati perché c’era Paolo Bonolis che fece un Festival molto fresco e “giovane”, cercando un po’ di rinnovamento, uno spirito che ci piaceva e che abbiamo spostato nel parteciparci. Se ci fosse nuovamente questo tipo di attitudine sarebbe una figata pazzesca poter tornare in gara».

Per concludere, a chi si rivolge oggi la tua musica? Pensi di poter essere l’anello di congiunzione tra un pubblico nostalgico di un certo tipo di rap, che alcuni chiamano old school, e le nuove generazioni?

«E’ quello che cerco di fare, ormai nella mia fanbase sono abituato ad avere genitori e figli che mi ascoltano, questo mi colpisce sempre molto perché quando ho iniziato ero poco più di un bambino e col tempo sono cresciuto insieme a parte del mio pubblico. Però mi accorgo che ci sono ragazzi molto giovani che conoscono quello che ho fatto in precedenza, perché sono andati a scavare indietro per amore del genere, sembra stupire, ma c’è un po’ di memoria storica anche da parte delle nuove generazioni. Quando scrivo non cerco di targhettizzare o pensare a chi ascolterà la canzone, mi concentro sul comunicare qualcosa per mettere in luce un concetto per più persone possibili, poi se il risultato verrà apprezzato da un ragazzo di quattordici anni così come da un quarantenne, non potrà farmi nient’altro che piacere».

© foto di Gabriella Di Muro

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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