Linea 77 : “La nostra musica è libera da ogni tipo di aspettativa” – INTERVISTA

A tu per tu con la band torinese, negli store dall’11 ottobre con il nuovo EP intitolato “Server Sirena

Tempo di nuova musica per Davide “Dade” Pavanello, Paolo “Chinaski” Pavanello, Nicola “Nitto” Sangermano, Christian “Tozzo” Montanarella, Paolo Paganelli e Fabio “Maggio” Zompa, in arte Linea 77, gruppo musicale formatosi a Venaria Reale nel 1993, con all’attivo sette album  in studio e svariate tournée internazionali. “Server Sirena” è il titolo del loro nuovo EP, disponibile negli store digitali e nei negozi tradizionali dallo scorso 11 ottobre, contenente sei tracce in scaletta e ben otto diversi featuring: da Samuel dei Subsonica a Salmo & Slait, passando per EnsiHell Raton e Caparezza, Axos e Jack The Smoker, fino alla produzione affidata a Sir Bob Cornelius Rifo alias The Bloody Beetroots. In occasione di questa interessante pubblicazione, abbiamo raggiunto telefonicamente il chitarrista della band Paolo “Chinaski” per parlare di questo nuovo progetto discografico e dell’appuntamento live in programma il prossimo 6 novembre allAlcatraz di Milano.

Partiamo da “Server Sirena”, l’album che vi ha permesso di uscire dalla vostra zona di comfort per abbracciare nuove sonorità. Cosa vi ha spinto verso questa nuova consapevolezza?

«Quello che da sempre contraddistingue ciò che cerchiamo di fare, vale a dire rinnovare, non ci è mai piaciuto riproporre delle formule consolidate, ogni album che abbiamo fatto è sempre stato un tentativo di andare avanti. A questo giro, l’evoluzione che volevamo perseguire era quella verso il mondo dell’hip hop, impreziosendo il tutto con una serie di featuring e con la produzione affidata a Bloody Beetroots».

Gli storici fondatori dell’etichetta Inri e le nuove leve della crew Machete, com’è nato questo sodalizio?

«E’ nato in maniera molto semplice e spontanea durante un soundcheck di uno dei concerti di Salmo, perché Dade (uno dei due cantanti dei Linea, ndr) suona il basso nella sua band. Così è arrivata questa sorta di sfida con DJ Slait, uno dei fondatori di Machete, per unire le energie di queste due etichette e creare qualcosa di interessante. Da lì abbiamo iniziato a ragionare in termini di produzione e sui nomi degli artisti da poter coinvolgere».

Infatti le collaborazioni sono numerose, da Salmo a Slait, passando per Ensi, Samuel, Hell Raton, Caparezza, Axos e Jack The Smoker, quale apporto ha donato ciascun ospite?

«Ognuno il proprio, tendenzialmente non abbiamo dato alcun genere di direttive o di vincoli, ci siamo limitati a scrivere le musiche e buttare già le tematiche che avremmo voluto affrontare nei testi, lasciando delle barre vuote per i vari ospiti. A ciascuno abbiamo inoltrato la traccia così come l’avevamo pensata, loro sono stati liberi di metterci sopra ciò che sentivano».

Secondo te, chi si è calato di più nel mondo dell’altro: voi, loro o vi siete incontrati a metà strada?

«Secondo me sono loro che ci sono venuti a trovare, “Server Sirena” è un disco dei Linea 77 a tutti gli effetti, per tutto il discorso di composizione e scrittura che ti dicevo poco fa. Per cui, l’intervento dei vari artisti è stato quello di venire a farci visita a casa nostra».

I fan che vi ascoltano dal ’93 come l’hanno presa?

«Tendenzialmente bene, diciamo che più l’ammiratore è anziano e meno è propenso a digerire il cambiamento, ma questo è normale e lo capisco benissimo, essendo io stesso fan di altre band per le quali ho provato lo stesso tipo di sensazioni. Sai, sei cresciuto con un disco e a quel determinato gruppo musicale leghi alcuni ricordi della tua vita, è una variabile che ha a che fare con la nostalgia, il ricordo e la malinconia, dentro di te vorresti che chi ti piace si riproponesse sempre nella stessa formula. Ragionando da artista, invece, trovo sia indispensabile sentirsi liberi da ogni tipo di aspettativa».

Non è la prima volta che collaborate con artisti di estrazione diversa, ricordo nel 2008 il duetto con Tiziano Ferro in “Sogni risplendono”. Cosa vi ha lasciato quell’incontro? 

«Ci ha lasciato tanto, la riteniamo ancora oggi una delle canzoni più riuscite del nostro repertorio, in più Tiziano già allora era conosciuto a livello mondiale, per cui abbiamo acquisito una serie di ascoltatori, per esempio dal Sud America, che ci scrivono ancora oggi e hanno imparato a conoscerci grazie a questa importante collaborazione».

Il vostro stile è sempre stato influenzato da ascolti di matrice statunitense, il vostro rapporto con la musica italiana si è evoluto nel tempo? 

«Questo rapporto non è cambiato tanto in termini di proposta musicale, bensì numerica. Abbiamo avuto un percorso piuttosto graduale, nel nostro primo album “Too much happiness makes kids paranoid” c’erano solo due canzoni in italiano, in “Ketchup suicide” ce n’era una. Negli anni questa cosa ha cominciato a cambiare, virando sempre più verso la lingua italiana, ma è una scelta che ha a che fare con la nostra crescita personale, i nostri primi anni sono stati contraddistinti da una grandissima voglia di uscire fuori e farci conoscere a livello internazionale, con la maturità abbiamo iniziato a familiarizzare con la nostra lingua».

Il prossimo 6 novembre suonerete all’Alcatraz di Milano per una data-evento, come si strutturerà lo spettacolo? 

«Lo spettacolo lo stiamo provando in questi giorni ed è in totale costruzione, il presupposto è quello che ognuno degli ospiti sarà presente per cui, come dicevi tu, si tratterà di un vero e proprio evento, una festa con un sacco di amici che hanno lavorato con noi anche negli album precedenti. Tutto sarà pensato e studiato per far sì che si tratti di un qualcosa di unico, che non si ripeterà mai più, sicuramente faremo altri concerti nel 2020 ma torneremo più in una dimensione tradizionale. Sicuramente anche in questo live ci saranno i nostri cavalli di battaglia, le canzoni che non possiamo non fare dal vivo, ma il tutto sarà ben miscelato con “Server Sirena” e qualche altra piccola chicca che stiamo ancora definendo».

Per concludere, prendendo spunto dal nome della vostra band, da quella linea di autobus che vi portava verso la sala prove, come descriveresti il vostro tragitto fino ad oggi e in che direzione proseguirà la vostra musica in futuro? 

«Definirei il nostro percorso entusiasmante, perché siamo riusciti a raggiungere obiettivi ragguardevoli che mai ci saremmo aspettati. Riguardo al futuro quello che posso dirti è che, ogni volta che saliamo su quel pullman per realizzare un progetto nuovo, sappiamo dove partiamo ma mai dove andiamo. L’approccio con il quale ci interfacciamo alla musica è quello di testimoniare un determinato momento, ogni nota e ogni parola saranno sempre riferibili al momento in cui sono nate».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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