Marco Mengoni fa la cosa giusta allo sbagliato – RECENSIONE CONCERTO

Marco Mengoni Sbagliato

Marco Mengoni si mette alla prova con una residency lontana dai grandi successi e dalle consuetudini dei concerti tradizionali: Allo Sbagliato un’esperienza coraggiosa, pensata soprattutto per i fan

Se al bancone di un bar chiedete un Negroni sbagliato, difficilmente il barista batterà ciglio. È una delle varianti più celebri dell’aperitivo milanese, ormai entrata nel vocabolario comune. Ma provate a ordinare un “Mengoni sbagliato” e osservate la reazione: probabilmente vi guarderà con la stessa espressione di una mucca che vede passare il treno davanti a un passaggio a livello. Eppure, da qualche sera, a Milano esiste davvero un posto in cui questa ordinazione avrebbe perfettamente senso: “Allo Sbagliato“, in viale Bligny 52, il nuovo spazio ideato da Marco Mengoni, che ha inaugurato ufficialmente la propria programmazione con una residency destinata a proseguire fino al 19 dicembre.

Sette settimane, per un totale di trentasei serate e un programma che promette di cambiare continuamente pelle, tra musica, arte, teatro, comicità e design. Il concetto alla base dell’operazione è quello di uno spazio fuori dagli schemi, dove “sbagliato” non significa necessariamente qualcosa che non funziona, ma piuttosto ciò che si sottrae alle convenzioni, sorprende e non corrisponde alle aspettative. Un manifesto che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe accompagnare ogni aspetto dell’esperienza, dall’allestimento alla proposta artistica, fino al rapporto con il pubblico.

Il cuore del progetto è la residency di Mengoni: ventisei appuntamenti dal vivo, prodotti da Live Nation, in un ambiente che rinuncia alla tradizionale divisione tra palco e platea. Marco si muove all’interno dello spazio, circondato dal pubblico e accompagnato da una band di validissimi musicisti. Tutto rigorosamente suonato dal vivo, con un repertorio che spazia dal catalogo personale alle canzoni che hanno segnato il suo percorso di ascoltatore. Circa sessanta brani, una selezione che cambia sera dopo sera e nessuna scaletta definitiva da rispettare.

Per l’anteprima del 4 novembre, Mengoni ha scelto una selezione interessante, ricca di pezzi che lo anno formato. Da “Jealous Guy” di John Lennon, con un arrangiamento che strizza di più alla versione di Donny Hathaway, a “How Deep Is Your Love” dei Bee Gees, passando per “Son of a Preacher Man” di Dusty Springfield, il viaggio musicale ha attraversato epoche e sensibilità differenti, lasciando emergere le coordinate sonore di un progetto che guarda soprattutto al soul, al blues e al rhythm and blues. Il gran finale è stato affidato a “Giornate perse“, l’ultimo singolo pubblicato dal cantautore e anticipazione del nuovo album “Felice sì, ma tutto sbagliato“, atteso per l’11 dicembre.

Spazio anche ai cosiddetti “lati b”, le canzoni considerate minori nel repertorio dell’ugola di Ronciglione, poiché non estratte come singoli. Pensiamo a “Canzone triste”, “Proibito”, “Un fiore contro il diluvio”, “In due minuti”, “Cambia un uomo” e “Due nuvole” tratte da “Materia (Terra)”, “Questa notte” tratta da “Re matto”, “Fuoco di paglia” tratta da “Maya” di Mace, “Calci e pugni” tratta da “Atlantico”, “Proteggiti da me” tratta da “Marco Mengoni Live”, e “Non passerai” tratta da “Pronto a correre”.

Partiamo da un dato: sul piano della performance, c’è poco da discutere. Il talento di Marco Mengoni non è certo una scoperta dell’ultima ora e la sua capacità di stare sul palco, interpretare e attraversare generi differenti resta fuori discussione. Al suo fianco ha scelto professionisti di comprovata esperienza, capaci di sostenere un repertorio tutt’altro che semplice e di accompagnarlo con precisione, energia e mestiere. La sensazione è quella di assistere a uno spettacolo costruito intorno alla voce, alla musicalità e alla libertà di interpretazione. Non c’è bisogno di inventarsi particolari effetti speciali quando si ha una squadra di questo livello e un interprete che sa perfettamente cosa fare.

Se bisogna trovare un appunto, invece, è proprio sul fronte sonoro. L’acustica non è sembrata sempre all’altezza, soprattutto dalla balconata, dove il rumore di un gruppo elettrogeno posizionato alla destra del palco finiva per creare un disturbo tutt’altro che trascurabile. Una questione non secondaria, considerando che in uno spazio di queste dimensioni ogni dettaglio acustico assume un peso specifico. Del resto, le difficoltà sonore non sono un’esclusiva dei grandi stadi o dei palazzetti, ma anche nei locali più piccoli possono diventare un problema, forse persino più evidente.

C’è poi una questione che riguarda la natura stessa dello spettacolo. “Allo Sbagliato” è un progetto pensato soprattutto per i fan, per chi conosce a fondo Mengoni, ne ha seguito da sempre il percorso e ha voglia di riscoprirne pezzi meno presenti nelle altre tournée del proprio beniamino. Di fatto, quindi, non è un concerto che strizza particolarmente l’occhio al pubblico medio, quello che magari conosce qualche successo, acquista un biglietto e si aspetta di poter cantare a squarciagola almeno una parte delle canzoni. Perché, diciamolo, anche questo fa parte dell’esperienza di un concerto.

Qui, invece, bisogna accettare di affidarsi a una scaletta in gran parte imprevedibile e a un repertorio che non necessariamente coincide con quello che si è ascoltato in radio o attraverso le playlist negli ultimi anni. Io mi sono fatto l’idea che. tra il pubblico presente, l’unica ad aver cantato dall’inizio alla fine tutti i brani in scaletta può essere stata soltanto Miss Keta. Peccato che, con quella mascherina, fosse impossibile certificarlo con il labiale. Ma mentre la osservavo, mi piaceva pensare che potesse essere l’unica a non perdersi neanche una parola.

L’idea di togliere il telefono dalle mani degli spettatori, consegnandolo all’ingresso in una custodia che impedisce di utilizzarlo durante la serata, si inserisce nella stessa filosofia. Niente fotografie, niente video, niente aggiornamenti in tempo reale: soltanto la possibilità di vivere il momento senza preoccuparsi di documentarlo. Un principio condivisibile, ma che non deve risultare un’operazione momentanea, piuttosto un monito da portare avanti nel tempo, come fa Bob Dylan sia negli spazi piccoli che nei palazzetti.

Di questa operazione, del resto, si è parlato parecchio ancora prima del debutto, soprattutto per le polemiche legate ai costi dei biglietti, giudicati da alcuni eccessivi. L’attesa era alta e Marco Mengoni è riuscito a stemperare la tensione, a non farla eccessivamente trapelare, lasciandosi andare a battute, siparietti e momenti di confidenza con il pubblico. Un atteggiamento che probabilmente, anche qui, trova una risposta soprattutto tra i fan. Lo spettatore medio, però, quando acquista un biglietto per un concerto, continua ad avere un desiderio piuttosto semplice: ascoltare la musica.

Per tornare alla discussione sui prezzi, mi è capitato recentemente di riascoltare “Destra-Sinistra“, la celebre canzone di Giorgio Gaber, nella versione interpretata da Mengoni nel 2012 per l’album tributo dedicato al Signor G. A un certo punto, nella sua voce, risuona un verso che oggi sembra quasi scritto apposta per l’occasione: “Il concerto nello stadio è di sinistra, i prezzi sono un po’ di destra”.

Una coincidenza curiosa, che merita una riflessione. Nessuno meglio di Gaber ha saputo prendersi gioco dei luoghi comuni, degli schieramenti e delle contrapposizioni ideologiche, ricordandoci quanto sia facile trasformare ogni convinzione in uno stereotipo. La sua ironia ci invitava a non prenderci troppo sul serio, soprattutto quando siamo convinti di avere individuato una volta per tutte il confine tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

E allora, cosa è di destra e cosa è di sinistra? Cosa è giusto e cosa è sbagliato? Un concerto senza palco è più autentico di uno in uno stadio? Un biglietto costoso è necessariamente un’operazione discutibile? All’uscita dal locale mi sono portato a casa queste domande. Forse, alla fine, il senso dell’operazione sta proprio qui: costringere lo spettatore a interrogarsi su ciò che si aspetta da un concerto e su quanto sia disposto a mettersi in gioco per vivere qualcosa di diverso. Resta però una distinzione da non perdere di vista: fare qualcosa di diverso non significa automaticamente fare qualcosa di migliore.

Da anni sostengo che, nella scena italiana, Marco Mengoni e Cesare Cremonini siano tra i pochi artisti capaci di azzeccare sempre le proprie mosse. Eppure, proprio loro hanno deciso di rischiare, in contemporanea, nello stesso momento, con due progetti che si allontanano dalle rispettive zone di comfort. Da una parte “Amateur“, dall’altra “Allo Sbagliato“. Il primo ha già raccolto numeri e riscontri che hanno dato ragione, almeno nell’immediato, all’azzardo di Cremonini. Per Mengoni il giudizio è ancora aperto e non sarà soltanto il dato delle vendite a stabilire il risultato: conteranno soprattutto le impressioni di chi queste serate le vivrà davvero. Impressioni che questa recensione non vuole influenzare, perché a dispetto di tutti gli altri concerti, qui la gente non può farsi un’idea con le immagini, non troverò video sui social, ma potrà farsi una propria opinione leggendo gli articoli oppure attraverso il passaparola di chi c’è stato. Sarà giusto o sarà sbagliato? Partiamo intanto con la convinzione che si tratta di qualcosa di diverso e che, solo per questo, andrebbe apprezzato. Poi tutto rimane soggettivo.

Nel teatro-canzone del già citato Giorgio Gaber e del suo coautore Sandro Luporini, il concetto di soggettività rappresenta il nucleo etico e filosofico fondamentale per resistere all’omologazione della società di massa. La soggettività, intesa come la riscoperta dell’individuo autentico, si contrappone radicalmente sia al conformismo borghese sia alla vuota retorica delle ideologie collettive. Quindi fatevi un’idea vostra, ma non giudicate mai un libro dalla copertina o un concerto dal costo del biglietto. E, soprattutto, siate pronti a mettere in discussione qualsiasi idea in qualsiasi momento.

Marco Mengoni, la scaletta del concerto

  1. Canzone triste
  2. Questa notte
  3. Fuoco di paglia
  4. Can I Call You Rose? (cover Thee Sacred Souls)
  5. Proibito
  6. Calci e pugni
  7. Un fiore contro il diluvio
  8. Jealous Guy (cover John Lennon)
  9. Proteggiti da me
  10. Fate
  11. How Deep Is Your Love (cover Bee Gees)
  12. In due minuti
  13. Non passerai
  14. Cambia un uomo
  15. Take Your Time
  16. Who’s Gonna Save My Soul (cover Gnarls Barkley)
  17. Gravity (John Mayer)
  18. Every Little Bit Hurts (cover Brenda Holloway)
  19. Due nuvole
  20. Son of a Preacher Man (cover Dusty Springfield)
  21. Giornate perse
Scritto da Nico Donvito
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