Marco Mengoni

Di una voce eclettica e fuori dagli schemi non ci rimane che il ricordo eppure sarebbe ora di tornare ad assaggiare un pizzico di follia

Ne sono passati di anni dal Re Matto, da quando Marco Mengoni sprizzava virtuosismi da tutti i pori e da quando il cantautore di Ronciglione giocava con efficacia e sagace istrionismo nei territori di un pop contaminato dal soul e dalla black music più libera che mai per comunicare disagio, irriverente malessere e continua capacità di reinventarsi sotto l’eclettica lente del trasformismo musicale. Oggi, la voce di ‘Ti ho voluto bene veramente’ o ‘Duemila volte’ preferisce apparire come un rassicurante porto sicuro del pop 2.0, prudenziale esecutore di una campagna di “normalizzazione” che ha basato tutto sul racconto del solito amore per mezzo di suoni più o meno condizionati dall’elettronica e di testi strizzanti l’occhio al linguaggio indie fatto di figure più che di astrazioni e concetti.

Ne è testimonianza diretta anche l’ultima ‘Venere e Marte’ (di cui qui la nostra recensione) realizzata con la compagnia di Frah Quintale per la produzione ultra-blasonata (e rassicurante) di Takagi & Ketra. Appunto, rassicurante. Oggi il Re Matto di dieci anni fa o poco più è diventato, ahinoi, rassicurante. O poco più.

Marco Mengoni Sanremo 2010

Sia chiaro, di fatto Marco Mengoni è, e rimane, uno degli artisti migliori che il nostro panorama pop può vantare ad oggi. La sua timbrica unica, la presenza scenica sempre magnetica e quella misura, anche mediatica, con cui si propone al pubblico ne fanno uno dei cantanti di maggior rilievo oltre che di successo.

Eppure nulla rimane di quella vocalità capace di esplorare vette altissime mettendo in campo un registro senza eguali. Nulla rimane di quella folle immagine capace di osare e stupire. Le camice bicolori, i trucchi e lo smalto nero sono clamorosamente sparite per dei più sobri completi, prima, ed ora per quei look anni ’80 e ’90 che paiono obbligatori per potersi amalgamare al mondo dell’urban-pop odierno. Nulla rimane di sound ricercati e coraggiose forme-canzoni capaci di andare dal pop al rock passando per il blues, per il soul, per la motown ecc… Se brani “estremi” come ‘Dall’inferno’ ‘Stanco (Deeper inside)’ mostravano un’artista capace di spaziare e sperimentare ultimamente oltre alle dark ballad condite di elettronica d’atmosfera poco altro si è sentito. Da ‘così, l’attesa su di me: silenzio immobile e adesso sono solo’ siamo passati a versi che recitano ‘ti prometto che inganneremo anche gli anni come polvere di stelle filanti’.

C’è stato un momento di svolta forse dovuto, è vero. Al Festival di Sanremo 2013 la strada de ‘L’essenziale’ e di un disco coerentemente cucito addosso a quel mondo più pulito ed edulcorato (ma comunque decisamente ancora più barocco, variegato ed estroso di quello che ne è seguito in una parabola discendente) era pressoché l’unica (e l’ultima) strada percorribile per risollevare una carriera che osando aveva, forse, rischiato un po’ troppo rivelandosi eccessivamente estrema per una buona fetta di quel pubblico televisivo che Mengoni lo aveva scoperto e lanciato discograficamente da X-Factor. Poi è arrivato il momento di consolidare e, poi ancora, quello di confermare eppure da allora sono passati ben 8 anni e del Re Matto non abbiamo più avuto modo di goderne per davvero: né dal vivo né, tantomeno, nei dischi incisi.

Eppure mai come in questi giorni avremmo tutti davvero bisogno di un artista capace di rispolverare e proporre una follia creativa, una strada alternativa, una ricetta musicale innovativa che sappia dare nuovamente valore alla tecnica vocale, allo spessore istrionico della sperimentazione senza regole, al dissidio interiore e al racconto di un pubblico, forse, meno “rassicurante” che non si può riconoscere più in una musica troppo prudente e cauta. Solo chi corre il rischio potrà permettersi di detenere il primato nella musica che verrà, chi ripete (se stesso o gli altri) rimarrà costantemente indietro almeno di una puntata.

Marco, pensaci, abbiamo bisogno di una rinascita. Abbiamo bisogno di una voce fuori dal coro. Abbiamo bisogno di una voce che ‘non segue le logiche’, giusto per citarti. Il successo è bellissimo, è vero, ed è facile perderlo cambiando strada ma è anche altrettanto facile perderlo rimanendo immobile. Il successo impone a chi ne gode anche il dovere di mantenerlo dimostrandosi costantemente all’altezza di ciò che si ha e quale modo migliore di essere artisti se non ricercando continuamente un’arte più “elevata”. Il pubblico, quando ama per davvero, non tarderà a seguire le nuove strade e a farsi guidare per mano dall’artista in quel percorso di ricerca che si intende tracciare. Marco, pensaci: ci hai rassicurati abbastanza!

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Ilario Luisetto

Creatore e direttore di "Recensiamo Musica" dal 2012. Sanremo ed il pop (esclusivamente ed orgogliosamente italiano) sono casa mia. Mia Martini è nel mio cuore sopra ogni altra/o ma sono alla costante ricerca di nuove grandi voci. Nostalgico e sognatore amo tutto quello che nella musica è vero. Meno quello che è costruito anche se perfetto. Meglio essere che apparire.

By Ilario Luisetto

Creatore e direttore di "Recensiamo Musica" dal 2012. Sanremo ed il pop (esclusivamente ed orgogliosamente italiano) sono casa mia. Mia Martini è nel mio cuore sopra ogni altra/o ma sono alla costante ricerca di nuove grandi voci. Nostalgico e sognatore amo tutto quello che nella musica è vero. Meno quello che è costruito anche se perfetto. Meglio essere che apparire.

11 thoughts on “Marco Mengoni, l’eclissi di una voce di cui avremmo un disperato bisogno”
  1. Ho letto l’articolo inerente a Marco Mengoni,io penso che lei sia fuori strada. Forse se fosse andato ad una data del Tour ATLANTICO del 2019 questo articolo non l’avrebbe scritto. Rispetto la sua opinione,ma non la condivido. Vada a vedere qualche video di quel tour,e poi potrà scrivere . Marco è maturato,e la sua voce è cambiata in meglio. Concordo che in questo anno avremmo bisogno delle sue canzoni,ma come lei saprà il 2020 è stato un anno difficile per tutti causa covid. Il pezzo Venere&Marta non fa’ parte di un suo disco,ha partecipato.Laprego prima di scrivere corbellerie faccia un passo indietro e si informi.
    Cordiali saluti

  2. In realtà nei LIVE lo dimostra sempre, eccome se lo fà!
    Forse negli ultimi album non c’è quella follia delle vocalità dell’inizio ma la sua voce si presta a suoni e sperimentazione che solo lui può permettersi.
    MARCO é un talento unico!!!

  3. A parer mio… ILARIO LUISETTO A VOLUTO IN QUALCHE MODO.. Far arrivare un messaggio molto importante a Marco Mengoni.. E credo ci sia riuscito in pieno.. ognuno di noi recepisce la musica in base alla propria sensibilità ma in questo momento così tragico per la società coloro che hanno il dovere di accudire le nostre anime dovrebbero lavorare di più per far sì che nessuno vengono lasciato al suo destino.. come in questo caso.. colmo di solitudine e paure.. L idea é di dare Una svolta positiva.. tramite una canzone, perché sappiamo che le canzoni ci fanno sognare volare capire e ti danno la forza di reagire. È suo dovere. Quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare e lui doveva marcare strettto questo periodo come si dice fare del pressing.. Così hanno fatto tutti i migliori cantautori e non sto qua ad elencarli tanto sappiamo chi sono da Battisti Bagliono Venditti i Pooh Mina e tanti altri che hanno salvato coccolato rinforzato e cresciuto tante generazioni.. A suon di musica e parole è una Missione non un passatempo.. Amare l umanità e dargli una via d’uscita psicologica tramite la magia della musica.. quando tutto soffoca ogni tuo progetto.. La musica te lo fa vivere e sognare come fosse un ologramma. Intanto si ottempera a far sì che tutte le menti siano incolumi dalla pazzia.. Perché è quello che succederà dopo tutto questo tritacarne umano… MENGONI INIZIA A CREARE PER SALVARE!!!!! .. GRAZIE DOTT PSICOLOGA PATRIZIA MATERA

  4. Gentile sig. Luisetto, concordo in pieno con la scelta di esortare un bravo artista a osare di più (in tutti i sensi): ritengo non sia mai un cattivo consiglio. Però, nel caso di Mengoni, capirei di più il suo discorso se l’avesse fatto prima di Atlantico. Il fatto che Lei parli di ‘’ racconto del solito amore per mezzo di suoni più o meno condizionati dall’elettronica e di testi strizzanti l’occhio al linguaggio indie fatto di figure più che di astrazioni e concetti’’ mi è incomprensibile di fronte a questo album, che contiene La casa azul, Dialogo tra due pazzi, La ragione del mondo, I giorni di domani, Amalia ecc… Parliamo solo di singoli: Voglio, Buona vita e Mohammad Alì non sono certo i tipici pezzi alla Mengoni; tanto è vero che i primi due (sottolineo, primi singoli di Atlantico usciti lo stesso giorno) sono stati sonori flop. Non mi sembra uno che non rischia e non sperimenta nuove direzioni … Dobbiamo condannarlo perché poi ha fatto uscire anche Hola e Duemila volte, pezzi comunque validi?
    Parliamo di testi: perché Lei mi cita Venere e Marte che è una collaborazione per riempire un’assenza troppo lunga, magari uno sfizio, e non invece uno dei meravigliosi testi di Atlantico, penso soprattutto ai brani scritti con Fabio Ilacqua, tra cui il singolo Buona vita? O l’elaborato e funambolico testo di Voglio? Questo singolo (apprezzato anche da Donatella Rettore) non aveva forse una certa dose di provocatorietà e di follia? In Atlantico ci sono poi almeno 6 canzoni che non parlano affatto del ”solito amore”.
    Capitolo voce. E’ ingeneroso dire che si sia eclissata, che ”nulla resta”. Basta andare a sentirlo dal vivo (l’album Atlantico on Tour gli rende giustizia solo in parte) per capire che non è così. Però il suo stile è cambiato, vero. Per me è maturato perché ormai Mengoni canta adattando la sua voce al brano e non viceversa. A volte non lo si riconosce nemmeno, può fare di tutto, e lo fa, dosando molto di più i suoi virtuosismi. C’è un abisso tra Tanto il resto cambia e Parole in circolo. Può piacere o meno, certo. Io devo dire che l’abbandono di certi vocalizzi, gigionerie, vezzi anche di pronuncia non mi dispiace affatto. Forse stava già rischiando di diventare la caricatura di se stesso, e se n’è reso conto prima di quanto avrebbero fatto altri. Se però Lei vuole giustamente risentire la voce di Mengoni in tutta la sua estensione, perché ha stroncato la cover di Quando di Pino Daniele? Non era una meravigliosa ‘’follia’’ rifare un pezzo del genere? Non ha osato, rischiato, e tirato fuori quella magnifica vertiginosa voce che tutti amiamo? Eppure a Lei non è piaciuto nemmeno così…
    Detto questo, ho apprezzato davvero molto il Suo genuino interesse per questo artista, e mi perdoni se le mie opinioni rimangono in parziale ma non totale disaccordo con le Sue, certo più autorevoli (lo dico senza ironia). La saluto cordialmente

    1. Cara Silvia,
      grazie per aver dato il tuo punto di vista. Premetto che seguo da sempre la musica di Marco Mengoni (concerti inclusi) e che, come ho scritto, lo ritengo tutt’ora uno dei migliori artisti in circolazione. Per quanto riguarda la difesa delle sue posizioni ci sono due cose che non mi convincono. La prima è la questione dei concerti: perchè la voce o i virtuosismi vengono limitati esclusivamente a quella dimensione (e comunque in misura ridotta a quanto veniva fatto anni fa) se Marco avrebbe tutte le carte in regola per osare davvero anche all’interno dei suoi album dal punto di vista vocale? Forse perchè nel live si sente più libero di dare sfogo alle sue attitudini reali? Se fosse così però è triste che un artista non si senta libero di esprimersi all’interno di un proprio album e debba ritagliarsi degli spazi solo in delle occasioni più “informali” come i concerti. Secondo punto che poco mi convince di quello che ha detto: “Atlantico” rappresenta gran parte di quanto ho sostenuto a proposito di immagine, look, attitudine e scrittura testuale totalmente assoggettato al mondo indie-pop-urban d’oggi giorno. Dov’è la sperimentazione originale da questo punto di vista? Sono d’accordo sul fatto che i temi sono vari e non solo “amorosi” ma i suoni, le atmosfere, le dinamiche vocali e l’immaginario figurativo evocato sono perfettamente assimilabili a quel mondo. Vorrei un po’ più di coraggio, vorrei un po’ più di gorgheggi se sono quello che lo rendono unico, vorrei un po’ più di personalità inconfondibile rispetto a tante altre cose che lo circondano magari con meno talento ma con le stesse inclinazioni ultimamente. E “Venere e Marte” rappresenta tutto ciò: è vero, è una collaborazione ma l’ha pur sempre scelta ed accettata lui per cui se sentiva di non esserne rappresentato avrebbe potuto tranquillamente declinare l’offerta.

      1. Caro Ilario, grazie per la Sua replica. Vorrei solo dire poche cose. Nei concerti, Mengoni ha sempre osato MOLTO di più che sugli album, anche perché ha sempre detto di avere mille versioni diverse di un pezzo, poi però sull’album ce ne può finire solo una e il concerto è l’occasione giusta per cambiare e improvvisare. Non mi da però l’idea di non sentirsi libero di esprimersi all’interno del proprio album (cosa che in effetti sarebbe ben triste). Io ho l’impressione che sia proprio lui, per qualche motivo, a non voler più cantare come una volta. Chissà. Se fosse così, si tratterebbe di una volontà da rispettare, anche se a malincuore.
        Su Atlantico … beh, mi viene da dire ”l’esperto è lei” (come in effetti è …) però a me sembra che non abbiamo ascoltato il medesimo disco. Io le ho anche portato esempi concreti di alcuni brani che smentirebbero le Sue tesi, ma se Lei lo giudica ‘’ totalmente assoggettato al mondo indie-pop-urban d’oggi giorno’’ io non so letteralmente che cosa dire, quindi non dico più niente.
        Venere e Marte, Mengoni poteva anche risparmiarsela ma, ripeto, non le darei troppo peso.
        Il prossimo album sarà senza dubbio rivelatore delle intenzioni di questo artista. Ecco, concluderei ribadendo che, secondo me, Mengoni sta facendo un percorso che non è solo commerciale, ma è anche sempre artistico, può però accadere che un artista non faccia quello che noi vorremmo, perché magari vede le cose in un altro modo. Comunque Le auguro buona vita (per citare proprio Mengoni) e tanta tanta buona musica (speriamo anche di Marco!)
        Silvia

  5. Buonasera,
    Leggendo quello che ha scritto mi permetto di dire che non conosce umanamente l artista Marco Mengoni, è una persona talmente curiosa e si mette sempre in discussione, ed è totalmente libero nel fare quello che vuole fare! Dai primi esordì è cresciuto, maturato, e tutte le sue evoluzioni sono sempre state eccellenti, magiche, superiori a qualsiasi aspettative. Il talento di Marco non si tocca.

  6. Premetto che io non ho iniziato ad ascoltare Marco dagli esordi. Generalmente amo la ricerca, sia vocale che di liriche; ma vocalmente soprattutto live, non riuscivo ad apprezzare i brani perché trovavo troppo oversinging. Il meraviglioso performer che è diventato ora invece, non mi stanco mai di ascoltarlo. Per esempio, mi viene in mente “proteggiti da me” nell’ultimo tour, ha un finale, che arriva a note inimmaginabili, ma sempre gradevoli all’orecchio. Nei cd forse è vero che osa meno, contando che spesso però alcune parti dei pezzi, sono registrate in 2 ottave, che sia una scelta stilistica o meno, trovo che ci siano pochi artisti nel panorama italiano così eclettici. E per il mio gusto, sono contento di come è ora senza rimpianti sul passato.

  7. Una canzone è una alchimia di suoni e parole: nelle meglio riuscite questi due aspetti si fondono meravigliosamente.
    Nel caso di Mengoni-autore credo sia ancora più sbagliato separarle derubricando la musica sotto etichette generiche , che non descrivono là specificità dei progetti, specie di “ Atlantico” dove ogni brano ha una sua collocazione musicale.
    in generale però credo che Mengoni crei i suoi pezzi a a partire da una storia, un testo- racconto che poi veste di sonorità e arrangiamenti che esprimono sempre e comunque una ricerca artistica molto personale, difficilmente etichettabile.
    nella stesura dei testi-si può cogliere una evoluzione in tre fasi : quella degli esordi , attorno al nucleo di “Solo” ,
    ancorato alla ricerca della propria identità, sia musicale che umana, con gli slanci sperimentali nati dal bisogno di dare una forma espressiva a desideri e incubi personali.
    La seconda fase si apre con il racconto de “L ‘ essenziale” che apre un nuovo periodo: quello di “ Pronto a correre “ e che, come dice questo titolo , rivela la consapevolezza della nuova sfida musicale, legate al riconoscimento della necessità di confrontarsi con la realtà, e da qui la scelta di arrangiamenti elettronici, adatti anche ad un pop di ispirazione più epica e ben rappresentato da un brano come “Guerriero”.
    La terza fase è quella inaugurata appunto da “ Atlantico” dove la sperimentazione investe sia i testi che gli arrangiamenti: ma sono ancora i testi a contenere la spinta creativa, il motore della creazione artistica anche di quella musicale : naturalmente, parlando di testi si guarda al nodo emotivo e concettuale a cui sono ispirati, quello della lotta per mantenere e difendere L ‘ identità su qualsiasi ring si stia combattendo, sportivo ( Muhamad Ali,) artistico ( La casa Azul, Amalia) o personale ( Dialogo tra due pazzi ).
    Ed è chiaro che poi questo nucleo emotivo quando poi Mengoni canta dal vivo, sul palco, diventa un magma travolgente .

    1. Nives sono d’accordo con te e ti faccio i complimenti perchè in poche righe sei riuscita a fare una sintesi del percorso di Marco dagli esordi, senza tralasciare niente (contrariamente al blogger, che evidentemente conosce Mengoni solo superficialmente).

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