A tu per tu con il cantautore romano, in uscita con il suo nuovo progetto intitolato “Guardalalunanina

Trentotto anni di carriera, numerose produzioni alle spalle, collaborazioni di prestigio, dischi, libri, concerti, spettacoli teatrali e chi più ne ha più ne metta. Questo e molto altro ancora è quanto seminato da Mario Castelnuovo, artista che ricordiamo per le sue tre partecipazioni al Festival di Sanremo (nel 1982 con “Sette fili di canapa”, nel 1984 con “Nina” e nel 1987 con “Madonna di Venere”), oltre che per aver scritto per numerosi colleghi (Paola Turci, Formula 3, Riccardo Fogli e Umberto Bindi). “Guardalalunanina” è il titolo del suo nuovo progetto artistico, che contiene musica ma non solo, un lavoro che esprime a 360 gradi la profondità e l’umanità di una delle figure più influenti del nostro cantautorato.

Ciao Mario, partiamo da “Guardalalunanina”, cofanetto che contiene due cd più un libro, cosa hai voluto racchiudere all’interno di questo progetto?

«Una parte importante di me, una parte importante di questi trentotto anni che non sono soltanto musica o tentativo di letteratura ma, come dimostrato dal libro, sono tante altre cose: acquerelli, ritratti, scarabocchi, racconti. Proprio per questo non la considero come un’autobiografia, bensì la voglia di fare il punto di una situazione».

Oggi come oggi il termine “artista” viene un po’ troppo abusato, quale significato attribuisci a questa parola?

«Alla parola artista dò lo stesso significato che ho dato sempre, vale a dire qualcuno che si sporge a guardare il burrone più degli altri, perché di questo si tratta. E’ vero che questa parola oggi è troppo abusata, a molti personaggi che calcano le attuali scene andrebbero attribuite terminologie diverse, tipo lavoratori dello spettacolo, ma la parola artista è sacra, non dovremmo imbrattarla con ostinazioni da prima fila che nulla hanno a che vedere con l’artisticità».

Con alle spalle una carriera longeva e un repertorio così vasto a disposizione, come hai selezionato le tracce presenti in scaletta?

«Soltanto con un criterio emotivo, nel senso che c’è un cd che si è selezionato da solo, vale a dire le canzoni che faccio di solito nei concerti, mentre l’altro disco racchiude in versione chitarra e voce una serie di canzoni che negli anni ho messo da parte, che ho voluto riascoltare io e far riascoltare al pubblico, perché è bello cercare di rivivere il momento di una nascita, a proposito di “Guardalalunanina”, ma anche la nascita di una canzone nuda e cruda così come nasce dalla mente di colui che la partorisce. Tornando alla scelta, non c’è stato nessun criterio artistico se non un criterio emotivo».

Quando e come hai capito che la musica avrebbe ricoperto una parte rilevante della tua vita?

«Capito che avrebbe fatto parte della mia vita da sempre, concepito che sarebbe diventata una vera e propria professione non te lo saprei dire esattamente. Da sempre perché non c’è nient’altro di meglio di una canzone per farti ritornare in un attimo ad un punto esatto del tuo passato, questa forza prepotente della musica non sarebbe tale se non fosse generata da una cosa importante come la creatività. Da questo punto di vista ho capito molto presto che la musica avrebbe fatto parte della mia vita, anche solo come ascoltatore, non saprei dirti come è avvenuto esattamente il passaggio alla professione, sicuramente è stato un processo lungo, non ho avuto nemmeno la possibilità di accorgermene».

Ripercorriamo insieme alcune tappe della tua carriera: tutto è partito nel 1981 da “Oceania”, brano che ti ha fatto conoscere al grande pubblico. Cosa ricordi di quell’esordio?

«Tanto stupore, addirittura innocenza. Ricordo di aver saputo che avrei partecipato ad un programma importante in televisione dal telefono a gettoni dell’università, in questo ricordo è racchiusa tutta l’inadeguatezza di quel momento, così come l’energia di un periodo in cui tutto sembrava possibile. Questo stupore e questa innocenza mi hanno accompagnato fin qui, l’esperienza poi ti suggerisce altre strade e altri sentieri, ma un artista non è altro che un eterno adolescente, per cui il raziocinio non fa parte del suo modo di vivere».

L’anno seguente approdi per la prima volta a Sanremo con “Sette fili di canapa”, che suscitò inspiegabilmente delle polemiche. In un’intervista hai addirittura raccontato che si presentarono in albergo alcuni carabinieri per conoscere riga per riga il significato del testo, perchè si credeva parlasse di droga. Ecco, 37 anni dopo la situazione si è completamente capovolta, oggi ci sono canzoni che fanno esplicitamente riferimento a sostanze stupefacenti. Non pensi che si sia passati da un’esagerazione ad un’altra?

«Beh direi di sì, anche perché fra l’altro eravamo già esagerati all’epoca, perché considera che all’interno di questo mio nuovo progetto, tra le altre cose, c’è la nota stampa della mia casa discografica con la quale, qualche ora prima dell’esibizione a Sanremo, si tentò una qualche spiegazione piuttosto fantasmagorica e minuziosa del testo di quel brano. Questo per scongiurare la censura e l’eliminazione del brano, la cosa curiosa è che già allora eravamo poco attenti alle cose, perché nello stesso Festival e nella stessa serata in gara c’era Vasco Rossi che cantava “Vado al massimo”, che altro aggiungere? Siamo un popolo meraviglioso proprio perché estemporaneo, si temeva un inno alla droga mentre la mia canzone era una semplice favola alla rovescia».

Ritorni sul palco dell’Ariston con “Nina” nell’84 e nell’87 con “Madonna di Venere”, mentre come autore partecipi altre tre  volte, “L’uomo di ieri” e “Primo tango” per Paola Turci, “La casa dell’imperatore” per la Formula 3. Il Festival sta per compiere settant’anni, che idea ti sei fatto di questa manifestazione e dell’evoluzione che ha avuto nel corso del tempo?

«Devo dirti la verità, non è che ci ho pensato molto. Detto questo, non voglio nemmeno fare lo snob, Sanremo è sicuramente una vetrina che ti dà la possibilità di concentrare tutti gli sforzi promozionali in pochissimi giorni, mettiamola così. Negli anni ci sono state diverse canzoni importanti, entrate a far parte della nostra tradizione. Riguardo al Festival non starei tanto a descriverne né i trionfi, né le cose che non vanno. E’ come il Giro d’Italia, c’è chi lo segue e chi no, è bello ritrovarsi davanti allo schermo come se fosse una partita di calcio. Per chi lo fa è diverso, perché ti regala una visibilità immediata, per chi ha la possibilità di partecipare è una sorta di scorciatoia per arrivare a tanto pubblico in poco tempo».

Hai incrociato il cammino di tanti artisti straordinari, da Rino Gaetano ad Amedeo Minghi, passando per il produttore Lilli Greco, a cui so che sei stato molto legato. C’è stato un incontro in particolare che ti hanno segnato profondamente sia a livello umano che artistico?

«Lilli Greco sicuramente, è stato uno dei pochissimi maestri ancora in circolazione da cui ho potuto imparare tantissimo, perché ha sempre dato alla parola creatività un’importanza capitale, prima ancora dell’apparire, del dire o fare certe cose dal punto di vista televisivo, lui dava importanza alla sostanza. Quando hai a che fare, anche a livello di amicizia, con persone di questo calibro, è chiaro che ti senti riconoscente ma, al tempo stesso, anche orfano quando ti guardi intorno e capisci che queste persone non ci sono più per una questione anagrafica, tuo malgrado devi rinforzarti le spalle e andare avanti per la tua strada, cercando di essere a tua volta d’esempio per altre persone».

Come se la sta passando oggi la canzone d’autore?

«La canzone d’autore sicuramente non morirà mai, ma dal punto di vista promozionale se la sta passando male, perché se anche palcoscenici importanti come quello del Club Tenco ricevono l’aut aut della stessa famiglia Tenco, una qualche spiegazione dovrebbe pur esserci. Innovazione non vuol dire per forza portare colui che fà un altro genere soltanto con lo scopo di attirare più persone, tutto questo sarebbe giusto se il prossimo anno Vecchio o lo stesso Castelnuovo fossero invitati al festival del rap, ammesso e non concesso che esista, se si tratta di uno scambio reciproco va pure bene, altrimenti ci troviamo dinnanzi al disarmo totale. Non si tratta di un tentativo di innovazione, bensì di un tentativo disperato di far accedere più persone al teatro quando si parla di canzone d’autore, invece bisognerebbe avere il coraggio e la prosopopea di dire: “la musica d’autore è la musica”».

A tal proposito, negli ultimi anni sono emerse trasmissioni cosiddette revival, in particolare “Ora o mai più” ma si parla anche di un ritorno di “Music Farm”. Le hai seguite? Ci parteciperesti?

«No, non penso nulla e, non per fare lo snob, non ci parteciperei. Mi è capitato solo per curiosità di vedere dei pezzetti, penso che ricordare sia bello perché significa “re-cor”, ripassare dalla parte del cuore, ma lì non si và per ripassare dell’audience che non è un organo, o meglio lo è ma quasi sempre politico. Francamente non avrei argomenti, parliamo di trasmissioni che non mi sono mai interessate e non capisco perché dovrebbero interessarmi soprattutto ora alla mia età».

Cosa non ti piace della televisione di oggi?

«Esattamente le stesse cose che non mi piacciono della società o della politica di oggi, non c’è nessun tipo di profondità, ci sono rarissimi programmi che vengono serenamente surclassati da altri che hanno un altro tipo di riscontro, proprio perché si tende a voler ottenere tutto e nella maniera più facile. I ragazzi di oggi conoscono il prezzo di tutto, ma ignorano completamente il valore di tutto. Questo evidentemente è stato il grande danno, conosciamo gli strumenti per arrivare a certe cose, ma non diamo più peso all’essenza delle cose. Per tutta questa serie di ragioni, adesso la società sta vivendo un momento di grande vuoto, si tende a criticare ciò che sta intorno senza capire che, se si andasse ad analizzare ciascun individuale comportamento, ci ritroveremmo ingabbiati negli stessi meccanismi».

Dischi, romanzi, libri di narrativa, concerti e spettacoli teatrali, queste alcune delle cose che hai realizzato negli ultimi anni della tua carriera, cosa ti piacerebbe fare in futuro? Hai ancora un sogno nel cassetto?

«Beh, tantissimi, intanto continuare a scrivere. Sai, per mestiere, la gente come me allinea parole, che poi siano parole musicali ancora meglio, questo farò, continuerò ad allineare parole. Le cose sono già state dette tutte, gli argomenti sono sempre gli stessi da millenni, ciò che fà la differenza è lo stile, lo stile di ognuno di noi, che per fortuna non è uguale. Questa variegata varietà di colori e sfumature fa sì che ogni volta una determinata tematica, come ad esempio l’amore, possa sembrarti nuova».

Per concludere, qual è la lezione più importante che senti di aver appreso dalla musica in tutti questi anni di attività?

«Dalla musica e dalla vita: non bisogna prendersi sul serio, perché siamo veramente un semplice passaggio, nel momento in cui lo capiamo profondamente riusciamo a vivere meglio, con grande leggerezza… che non vuol dire con superficialità, bensì l’esatto contrario. Essere leggeri è una virtù divina».

© foto di Laura Salvinelli

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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