A tu per tu con il cantautore e produttore romano, in occasione dell’uscita del “Disco 1” di Honiro Ent

Lo abbiamo conosciuto nel corso della dodicesima edizione di X Factor e lo ritroveremo al prossimo Festival di Sanremo come produttore – e chissà… magari, anche come direttore d’orchestra? – del brano di Leo Gassmann, intitolato “Vai bene così”. Nel frattempo abbiamo di recente avuto modo di apprezzare le doti compositivo-canore di Matteo Costanzo attraverso l’ascolto di “Disco 1” (qui tutti i dettagli), progetto targato Honiro Ent, una delle etichette indipendenti più attive per quanto riguarda la scena indipendente. Approfondiamo la sua conoscenza.

Ciao Matteo, benvenuto. Partiamo dall’EP “Disco 1”, lavoro che ti vede protagonista nella duplice veste di cantautore nel pezzo “SOS” e produttore di ben cinque tracce. Cosa rappresenta esattamente per te questo progetto?

«Questo progetto è nato da un’idea di James Honiro, che ha creato questa occasione estiva per farci conoscere. Insieme abbiamo formato un bel gruppo, tra una festicciola e l’altra abbiamo lavorato a queste canzoni che rispecchiano esattamente questo tipo di esperienza, sia nel mood che nella continua interazione tra di noi, perché l’ambiente determina parecchio il risultato finale di una composizione».

Immagino che tra voi ragazzi si sia instaurato un bel rapporto, cosa pensi dei tuoi compagni di avventura?

«Passando parecchio tempo insieme ho scoperto quali sono i punti forti di ciascuno, cercando di valorizzarli il più possibile, perché le caratteristiche di un artista non sono determinate solo dal fattore tecnico-canoro, ma è molto importante la personalità. Ognuno di loro ha avuto un ruolo diverso ma fondamentale all’interno del gruppo, ad esempio Cannella ci ha intrattenuti con le sue battute sempre puntuali e brillanti, mentre con Francesco Morrone ho scambiato discorsi un po’ più profondi. Con ciascuno ho instaurato sicuramente un bel rapporto».

A livello professionale, cosa ti ha lasciato di concreto questa esperienza?

«Una delle mia particolarità sta nell’unione di generi diversi, anche in questo caso mi sono molto divertito a valorizzare le loro caratteristiche predominanti. Il disco varia a seconda della partecipazione di ciascuno, non c’è una canzone fuori mood rispetto alle persone che partecipano, senza alcuna distinzione di genere, dando al risultato finale un tocco di originalità. Ero partito con alcune idee, soprattutto per quanto concerne la ritmica, poi a seconda della situazione che si creava abbiamo incastrato i vari elementi e le varie peculiarità di ognuno. E’ stato tutto un piacevole divenire».

Facciamo un salto indietro nel tempo, quando e come hai capito che tu e la musica eravate fatti l’uno per l’altra? 

«In realtà non c’è stato un vero e proprio momento specifico, la musica è parte integrante della mia vita in quanto il mio primo giocattolo era una tastierina rossa, già da piccolo ho cominciato ad accorgermi delle differenze tra i vari tasti, è iniziata come un gioco, anche se inconsciamente ho cominciato ad assimilare la musica sin da bambino, in più mio padre canta, quindi l’ho respirata un po’ da sempre».

Quali ascolti hanno accompagnato e influenzato il tuo percorso?

«Sono sempre stato diviso tra il rock e l’hip hop, attratto da tutto quello che poteva rappresentare la congiunzione di questi due generi, soprattutto a cavallo tra gli anni novanta e i primi duemila, tipo sia alle elementare sia alle medie ero in fissa con progetti diversi tra loro, da Eminem a Daniele Silvestri, in particolare il periodo di “Salirò”, poi mi piacevano molto anche gli Iron Maiden. Devo dire che, rispetto ai miei compagni di classe, ero già molto selettivo a quell’età, rispetto ad altre cose prediligevo ascolti diversi dalla massa».

Cantante e producer, come convivono in un’unica persona queste due anime e questi due ruoli apparentemente diversi?

«Guarda, questa cosa della diversità è solamente una comodità di classificazione, in realtà io faccio musica, se mi esprimo con la chitarra o con la voce per me è sempre la stessa cosa, mi fa sorridere che ci sia in qualche modo una distinzione. Il produttore solitamente è come un sarto, su un corpo nudo deve cucire il miglior vestito possibile, mentre scrivere una canzone è un po’ come spogliarsi e le due cose possono andare di pari passo oppure essere realizzate da persone diverse. Sicuramente, per esperienza personale, per me è più facile produrre qualcun altro che me stesso, come accade nella vita in generale, è molto più facile dare un consiglio a un amico piuttosto che suggerire a se stessi la cosa giusta da fare».

Hai collaborato con numerosi artisti, c’è un incontro in particolare che ti ha colpito sia a livello umano che artistico?

«Ovviamente più di uno perché  faccio questo lavoro ormai da dieci anni, ti citerei Syria perché è stata la prima artista con cui ho collaborato, quella che mi ha aperto la strada, con lei ho fatto un’intera tournée  la mia prima vera esperienza importante. Subito dopo ho lavorato con Wrongonyou, con lui ho realizzato la mia prima produzione, da lì è arrivato Briga, con cui ho collaborato a diversi brani del suo disco “Talento”, successivamente Ultimo per i suoi primi due dischi “Pianeti” e “Peter Pan”, insieme agli Enemies. Di pari passo ho cominciato la mia carriera solista, in realtà un po’ più tardi, infatti sono più conosciuto come produttore e meno come cantante, mi sono ritrovato a ripartire in qualche modo da zero, ma anche da quel punto di vista ho cominciato a collezionare belle soddisfazioni, prima con X Factor, poi arrivando tra i 60 di Sanremo Giovani, in più sto lavorando al mio primo album, indubbiamente è un bel periodo».

C’è un momento, invece, che ti ha segnato particolarmente?

«Guarda, questa cosa mi fa sorridere, ti racconto un aneddoto divertente: per un periodo ho fatto delle comparsate in tv per artisti internazionali, un giorno ricevo una chiamata e mi ritrovo a suonare ad “Amici” con Kylie Minogue, così dal nulla, me lo ricordo come fosse ieri, comprese le urla delle ragazzine, il boato che dal vivo è ancora più forte di come si sente dalla televisione. Ho suonato la mia chitarra con lei che avevo conosciuto trenta secondi prima, si è richiuso il palco e sono tornato a casa a piedi (ride, ndr), lì ho capito che la vita dell’artista è così, si passa di continuo da un punto più alto ad un punto più basso, sia a livello di esperienze che d’umore».

Quindi mi confermi che il boato delle ragazzine di “Amici” esiste davvero, non è un effetto televisivo. Bene, ma c’è un altro talent che ha fatto parte della tua vita, hai partecipato alle dodicesima edizione di X Factor, un’esperienza breve perché durata un solo live, ma che ti avrà sicuramente indotto delle riflessioni. Quali?

«La mia fortuna è stata quella di arrivarci consapevole, nel senso che sapevo benissimo che tipo di percorso mi aspettava, avevo valutato sia i pro che i contro, era un periodo in cui sentivo il bisogno di fare nuove esperienze. Sono uscito subito, ma la valuto nell’insieme come una bella avventura, perché ho imparato tanto e stretto amicizie importanti, non ti capita tutti i giorni di poter calcare un palco così. Lo considero un po’ come aver fatto il militare, un’esperienza formativa e per me necessaria, un modo per dire al mondo che oltre un produttore sono anche un cantante».

A proposito di belle amicizie strette durante il percorso di X Factor, non possiamo non parlare di Leo Gassman, insieme avete lavorato al pezzo con cui parteciperà al prossimo Festival di Sanremo, intitolato “Vai bene così”. Com’è nato e come stai vivendo questa vigilia così importante?

 «Il brano è nato proprio come ti raccontavo prima per “Disco 1”, nel senso che ci siamo ritrovati la scorsa estate in una villa al mare in Toscana, abbiamo impostato lo stesso tipo di modalità, improvvisando uno studio di registrazione in un ambiente forse meno adatto tecnicamente, ma perfetto dal punto di vista creativo. Tra un bagno e l’altro si è creata la giusta vibrazione e sono nati una serie di pezzi, “Vai bene così” è quello che mi emozionava più degli altri, da subito ho immaginato a come gestirlo pensando ad un certo tipo di orchestrazione, seppur la versione in studio sia abbastanza minimale in realtà, perché alla fine abbiamo utilizzato un quartetto di violoncelli, ma immaginandolo e sognandolo suonato da un’orchestra di quaranta elementi, come accadrà tra poco. Con Maurizio Filardo stiamo finendo le partiture proprio in questi giorni, è la prima volta che partecipo a Sanremo, per me sarà un’esperienza bellissima che sono felice di poter condividere con un amico come Leo».

Per concludere, dove e a chi ti piacerebbe arrivare attraverso la tua musica?

«Mi farebbe piacere arrivare alle persone come me, a quelle che sento affini, a chi non si sente rappresentato fino in fondo dalla società che pensa troppo all’estetica e poco alla sostanza. C’è poca umanità in quello che leggo spesso sui giornali e su internet in generale, mentre c’è tanta gente che ha bisogno di un contatto un po’ più intimo, attraverso la musica vorrei prendere e coinvolgere queste persone che, di questi tempi, si sentono un po’ più sole. Mi riferisco a coloro che in metro leggono un libro e non sono lobotizzati davanti ad un telefono, a chi ha una passione talmente grande da lasciar perdere tutto il resto per cercare di fare ciò che gli piace, a tutte quelle persone che hanno deciso di seguire la loro anima, io vorrei arrivare a loro».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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