Intervista al cantautore bresciano che presenta il nuovo singolo, ‘Vorrei (la rabbia soffice)’

Dopo la positiva avventura al Festival di Sanremo 2020 con la sua ‘Nel bene e nel male’ (di cui qui la nostra recensione), coscritta con Marco Rettani, a cui è arrivato vincendo il concorso di Area Sanremo per Matteo Faustini, giovane cantautore bresciano che fa della verità delle canzoni il suo punto di forza nell’empatica comunicazione della sua vita attraverso le sette note, è arrivato il momento di lanciare in rotazione radiofonica nazionale il nuovissimo estratto da ‘Figli delle favole’, il suo album di debutto (qui la nostra recensione). Il brano prescelto è Vorrei (la rabbia soffice), un brano che dipinge un mondo nuovo insieme ad una persona nuova che ci si augura di poter arrivare ad essere lavorando su se stessi al fine di essere migliore. Ecco che cosa ci ha raccontato Matteo a proposito di questa nuova avventura musicale:

Ciao Matteo, partiamo, naturalmente, da ‘Vorrei (la rabbia soffice)’ (di cui qui la nostra recensione) che è il titolo di questo tuo nuovissimo singolo sbarcato in radio la scorsa settimana con delle reazioni piuttosto positive da quello che si vede. Che canzone è per te questa?

<<E’ un bisogno. Ho scritto questa canzone in un periodo in cui ero davvero diverso da come sono adesso. Quando l’ho scritta, tre o quattro anni fa, avevo disperatamente bisogno di quello che stavo cantando. Il Matteo di adesso ha imparato, almeno un pochino, come “stare da solo senza poi dimenticare come amare qualcuno”: ci ho messo qualche anno ma adesso lo so fare. Ed è bello. Mentre canto questa canzone, oggi, mi rendo conto che su alcuni ‘vorrei…’ ci devo ancora lavorare ma su altri, invece, sono a buon punto il che significa che non mi sto semplicemente accettando ma sto cercando di curvare alcuni limiti che vedo in me>>.

Come raccontavi questo brano è nato qualche anno fa. A volte le canzoni sono inevitabilmente legate al momento in cui le si scrive altre volte, invece, sono un vero e proprio manifesto che vale per ogni periodo della nostra vita. Questa a quale dei due casi risponde per te?

<<Ad entrambi. Da un lato riconosco che tre anni fa questa canzone era un grido disperato, un modo per raccontare tante cose a qualcuno che speravo ascoltasse questa canzone. Oggi non ha più quello stesso significato. Da un altro punto di vista, però, è una canzone che è diventata il mio manifesto, quella con cui mi presenterei perchè mi racconta proprio tanto>>.

Che cosa del Matteo che ha scritto ‘Vorrei’ qualche anno fa è rimasto nel Matteo di oggi?

<<Tanto in realtà. La lettera che allora mi stavo scrivendo sto ancora cercando di digerirla e tutto quello che ho scritto in questa canzone sulla società lo penso ancora come quello che riguarda la preghiera. Quello che è stato un po’ smussato è il carattere: l’ho reso un po’ più flessibile. Tutti pensano, conoscendomi, che sia senza rabbia: questa cosa mi conferma che sono davvero migliorato come persona. Recentemente ho imparato anche un’altra cosa>>.

Quale?

<<A rimanere da solo senza dimenticare come amare qualcuno. L’ho imparato nell’ultimo anno semplicemente vivendo. Ma voglio imparare ancora tante altre cose e non è perchè sono viziato o voglio tutto per me. Cito la sirenetta apposta nel testo: lei aveva tutto ciò che si può desiderare ma voleva anche le gambe. Mi sento un po’ come lei: ho quasi tutto ma voglio togliere quel quasi>>.

C’è una cosa che non vuoi a tutti i costi?

<<Quando ho scritto questa canzone avevo un disperato bisogno di essere il carboidrato per un cuore affamato. Adesso no. Mi basta essere il mio stesso carboidrato. Sono in un momento in cui per me l’amore è importante ma non è indispensabile. Mi basto e son contento>>.

All’inizio della canzone racconti di una lettera che avresti voluto scrivere prima. C’è una cosa che hai fatto, anche nel piccolo del tuo rapporto quotidiano con le canzoni, che avresti voluto fare prima? Quell’opportunità non colta di cui parli anche nel brano…

<<Si, una c’è. Sono fortunato perchè non ho molti rimpianti perchè davvero pochissime volte mi sono tirato indietro di fronte alle situazioni. Però sono schifosamente pigro: tendo sempre a rimandare qualcosa piuttosto che risolverla e con la musica sono stato veramente lento. Tornando indietro non rifarei l’università: è stata utile ma non è quello che voglio fare nella vita. Avrei voluto investire quei tre anni sulla musica. Se tornassi indietro penso che sarei meno razionale a proposito del piano B: ho fatto l’università per poter, poi, lavorare ma avrei, con la visione del dopo, punterei soltanto sul piano A>>.

Nella nostra precedente chiacchierata (qui per recuperarla) avevamo parlato molto della società. In questa canzone racconti di un mondo che funziona “come il gioco della sedia: ognuno pensa al suo posto e gli altri giù per terra“. Non voglio chiederti qual è stata la tua delusione più grande ma, piuttosto, se ti ricordi la prima. Da bambini arriva sempre il momento in cui si vive una delusione che immediatamente ci appare la cosa più brutta della nostra vita e che, in qualche modo, rompe la favola che vedeva il mondo incantato. Ecco, ricordi la tua delusione che ha rotto questo incantesimo?

<<Assolutamente si ed è stata bella tosta. Diciamo che la prima volta che ho vissuto una delusione sconfinata è stato quando ho visto quella delusione negli occhi delle persone più importanti della mia vita. Quello è un trauma che fa parte di me e che mi porto sempre dietro perchè ‘le cicatrici sopravvivono anche alla felicità’. Ancora oggi non capisco certe cose…>>.

Cioè?

<<Non penso di aver sbagliato nulla in quel caso. Non ho da chiedere scusa a nessuno. Però credo che la delusione, derivi da un’illusione: se mi illudo che tu sia un determinato tipo di essere umano sono io ad essermi illuso, non sei tu ad avermi deluso. Sono le aspettative ad essere sbagliate. Ma la mia vita è piena di delusioni, grandi e piccole, vecchie o recenti. Anche al Festival di Sanremo sono stato un po’ deluso ma si cerca sempre di trasformare tutto in qualcosa di positivo per scrivere nuove canzoni>>.

Nelle nostre precedenti chiacchierati ci siamo raccontati un po’ del valore della solitudine apprezzandone i lati positivi oltre che confutando quelli negativi. Perchè dici che “il silenzio è solo un’omissione di difesa”?

<<E’ un altro dei miei traumi. In questo contesto lo dico in riferimento alle preghiere: sono qualcosa che mi fa star meglio anche se le faccio a modo mio però penso che non basti. Non può essere sufficiente chiedere a qualcuno di fare qualcosa per noi: perchè si realizzi bisogna che ci metta sempre anche del mio. Una delle cose che odio di più nella vita è accorgermi che qualcuno sceglie di non aiutare l’altro quando ha bisogno e, ancor di più, quando si sceglie di rimanere in silenzio. Proprio per questo il silenzio è un’omissione di difesa>>.

E a questo proposito pensi sia possibile “restare un po’ da solo senza poi dimenticare come amare qualcuno”?

<<Si, si può fare. E’ difficilissimo ma è possibile. Secondo me bisogna condividere la propria vita con un altro essere umano soltanto nel caso in cui quest’altra persona ti migliora e ti fa crescere. E’ bello, ovviamente, stare con qualcuno che ti fa star bene in una condizione stabile ma non è sufficiente. Secondo me bisogna cercare una stabilità evolutiva che è un po’ un controsenso ma è l’obiettivo. Quando sei da solo sei portato a pensare che non potrai mai innamorarti davvero. Poi, però, succede e ti rendi conto che ne sei capace anche tu. E quella certezza la conservi per sempre: anche quando, poi, torni ad essere da solo con la consapevolezza di sapere amare ancora>>.

Stemperiamo un po’ l’atmosfera… visto che si parla di rabbia soffice: come sei quando ti arrabbi?

<<Quando sono arrabbiato divento un po’ iena e mi arrabbio soprattutto con me stesso. Si percepisce proprio che in quei momenti sono circondato da energia negativa. Ho dei trucchi, poi, per farmela passare: vado a suonare, ad ascoltare canzoni che mi tranquillizzano o a fare dei salti in giro per sfogarmi. Oppure vado a mangiare (ride)>>.

Sul finale della canzone dici “ascoltato dal cuore sintonizzato, ricordato dal cuore dimenticato”. Penso sia chiaro cosa intendi dire con il fatto di voler essere ascoltato davvero da un cuore sintonizzato sulle frequenze del giusto ascolto ma cosa intendi per “ricordato dal cuore dimenticato“? Mi sono venute due possibili interpretazioni, una positiva l’altra più triste se vogliamo. Vorrei essere ricordato da un cuore dimenticato da tutti, da tutto e da me per primo. Oppure vorrei essere ricordato dal cuore, virgola, e poi dimenticato. Ce l’hai messa o no quella virgola nel testo?

<<No, non c’è quella virgola. Personalmente reputo di più spessore quei cuori dimenticati perchè sono quelli che hanno sofferto di più e per sono dei supereroi quelli che continuano a vivere scegliendo di superare il dolore. Mi sono sentito un sacco di volte un cuore dimenticato. E quel cuore dimenticato che continua a battere, il mio e quello di tanti altri, è un cuore supereroe e per questo mi piace pensare di voler essere adottato da un cuore che ha utilizzato il dolore per migliorarsi>>.

Intervista a Matteo Faustini | Podcast

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Ilario Luisetto

Creatore e direttore di "Recensiamo Musica" dal 2012. Sanremo ed il pop (esclusivamente ed orgogliosamente italiano) sono casa mia. Mia Martini è nel mio cuore sopra ogni altra/o ma sono alla costante ricerca di nuove grandi voci. Nostalgico e sognatore amo tutto quello che nella musica è vero. Meno quello che è costruito anche se perfetto. Meglio essere che apparire.

By Ilario Luisetto

Creatore e direttore di "Recensiamo Musica" dal 2012. Sanremo ed il pop (esclusivamente ed orgogliosamente italiano) sono casa mia. Mia Martini è nel mio cuore sopra ogni altra/o ma sono alla costante ricerca di nuove grandi voci. Nostalgico e sognatore amo tutto quello che nella musica è vero. Meno quello che è costruito anche se perfetto. Meglio essere che apparire.

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