A tu per tu con il cantautore milanese classe ’92, in uscita con il suo terzo disco di inediti “Popclub

A pochi mesi di distanza dalla nostra chiacchierata presanremese, ritroviamo Riccardo Marcuzzo, meglio conosciuto semplicemente come Riki, in occasione dell’uscita del suo terzo progetto discografico, intitolato “Popclub”, disponibile negli store a partire dallo scorso 4 settembre. Undici tracce in scaletta (tra cui i singoli Gossip“, “Lo sappiamo entrambi e Litighiamo) che mettono in risalto la sua crescita, a tre anni di distanza dalla pubblicazione del precedente “Mania”.

Ciao Riki, bentrovato. Partiamo da “Popclub”, da quali punti e da quali spunti sei partito?

«Questo è un disco molto particolare, figlio di quello che è stato un mio periodo di svolta, in cui mi sono voluto quasi ribellare a quel momento magnifico che ho avuto dopo “Amici”. E’ un album molto vario, ogni pezzo ha le sue caratteristiche e una propria impronta, in più ci sono molti brani più introspettivi rispetto al passato, che lanciano messaggi molto belli e molto personali, mentre altri più duri, forti e rischiosi se vogliamo, però rappresentano le tante sfaccettature di me. E’ un disco divertente, ma anche emozionante».

In quali aspetti del tuo carattere e, di conseguenza, del tuo mestiere pensi di essere maggiormente cambiato e maturato?

«Tutto va di pari passo con la vita, ciò che raccogli e immagazzini hai la possibilità di mostrarlo alle persone attraverso i tuoi sentimenti e, nel mio caso, attraverso la scrittura, la musica. Sai, è un disco che esce dopo tre anni dal mio precedente lavoro, sono successe tantissime cose durante questo periodo, tra cui anche il lockdown che mi ha fatto crescere con più consapevolezza, perché mi ha concesso il tempo per analizzare gli errori fatti, sembra una frase fatta ma l’ho sperimentato sulla mia pelle. Ho fatto tantissime cose, rischiando e provocando, fermandomi mi sono reso conto di tante cose, questo mi da la possibilità di ripartire più consapevole. In questo album ci sono una serie di immagini e figure che, ovviamente, si arricchiscono di un’esperienza maggiore rispetto ai lavori passati».

Altro elemento da analizzare è la presenza di più quote ballad rispetto a pezzi uptempo. La melodia è un elemento importante per una canzone, il massimo è riuscire a mantenere un legame con la contemporaneità, attraverso sonorità più moderne. Come sei arrivato a questo tipo di compromesso tra tradizione melodica e nuove soluzioni elettroniche?

«Trovo che la componente elettronica sia stata fondamentale per questo disco, un po’ figlia del momento che stavo vivendo. Ora come ora credo che per il prossimo album, il quarto, darò ancora più importanza alla melodia e alla parola, magari con arrangiamenti più scarni, più acustici, ritornando alla natura della musica: meno computer e più anima. Sai, si cresce, si sperimenta, le canzoni sono un po’ le fotografie di un momento, ciò che vorrò fare in futuro è concentrarmi per ottenere quel suono del pianoforte che risulta sia moderno oggi che contemporaneo tra quarant’anni. “Popclub” non è il classico disco fatto a tavolino, al suo interno ci sono sonorità particolari, che possono piacere o meno, ma che regalano al risultato finale un’identità molto forte».

Veniamo di certo da un periodo non facile, la musica sta ripartendo, tu sei tra i primi artisti che inaugurano quello che ormai possiamo considerare il mercato autunnale. Cosa ti ha spinto a non mancare, a non ritardare questo appuntamento col pubblico? Immagino ci saranno stati dei ragionamenti a riguardo…

«Credo sia molto difficile uscire adesso con un disco, soprattutto per un artista come me molto forte nelle vendite del fisico, l’obiettivo è quello di lavorare sullo streaming, su quello che sarà il futuro della musica. Detto questo, era giusto ripartire, inaugurare assieme ad altri colleghi questa nuova stagione della musica. Personalmente sono molto soddisfatto del lavoro che ho fatto, penso sia un prodotto molto eterogeneo, anche bipolare se vogliamo, perché ci sono brani come “Margot” e “Strip” che tra di loro stridono, alla fine credo che sia proprio questo il bello».

Era importante in questo momento storico esserci, anche per il pubblico stesso che ha bisogno di nuova musica, già la mancanza dei concerti in questa strana estate si è fatta parecchio sentire. Quali stati d’animo ti hanno accompagnato in questi ultimi mesi?

«Non è stato facile, non ho scritto niente, tutto quello che è presente nel disco è stato realizzato in precedenza. Sembra siano passati anni, in realtà stiamo parlando dello scorso febbraio, anche se sembra un’eternità fa. Ho voglia di tornare a scrivere, in questi mesi non ci sono proprio riuscito, c’era tanta depressione in giro, nell’aria, ti alzavi dal letto e avevi già voglia di non fare niente, proprio perché era tutto buio e cupo, anche se fuori c’era il sole. Non è stato un bel momento per l’Italia, non è un bel periodo per il mondo, ma stiamo imparando a convivere con questo virus. Quello che ho imparato è che, anche dai momenti di difficoltà, puoi trarre degli aspetti positivi, questo momento mi è servito per fermarmi, guardarmi indietro e ripartire più consapevole e più forte di prima».

Mi incuriosisce chiederti qual è stato per te il ruolo dei social network in questi mesi, perché non sei stato tra i cosiddetti “onnipresenti” delle dirette…

«Mi hanno proposto di fare dirette, anche importanti, ma è un po’ lo stesso discorso che ti ho appena fatto per la musica, non ne avevo voglia. Ho trascorso quelle settimane a leggere, guardare film, un po’ come il 99,9% delle persone, ho dedicato molto tempo al design, ho usato poco i social, ma già da qualche tempo avevo cambiato il mio approccio nei confronti di questo tipo di tecnologia. Scrollando le pagine ti ritrovi a guardare contenuti tutti uguali, foto in cui c’è sempre un solo protagonista e non si lancia alcun messaggio particolare, è come se fossimo perennemente tutti in vetrina e in promozione. Quello che voglio fare, invece, è cercare di veicolare contenuti, senza avere la pretesa di insegnare qualcosa, bensì rendendo partecipi gli altri del mio mondo, anche se non appaio sempre io in primo piano».

Sempre sui social, ultimamente, hai parlato molto del senso di questa tua rentrée discografica, definendo questo nuovo percorso più difficile e più lungo. Quale significato attribuisci a questo tuo ritorno?

«Quello che ho scritto è molto vero, ci vuole anche coraggio a buttare giù certe cose, così come ho avuto la forza di voler quasi distruggere tutto ciò che avevo raggiunto per ricostruire qualcosa che possa essere più solida un domani. Per carattere tendo a non andare mai col pilota automantico, il rischio è quello di finire per dare per scontato quello che hai, mi è servito allontanarmi e staccare per capire tutto questo. Sono un essere umano, ho un sacco di debolezze, non sono un supereroe, forse ho sbagliato a rigettare e rinnegare tutto, però tornando indietro lo rifarei. Adesso comincia un percorso molto più consapevole, riparto dai miei errori e anche dall’esperienza sanremese che considero, nel bene e nel male, una tappa del mio percorso. Se sei cosciente dei tuoi sbagli e sai che il lavoro che hai fatto è valido, allora sei a posto con la tua coscienza».

Venendo appunto all’esperienza sanremese, ho una curiosità, perché in settant’anni di storia sei stato l’unico artista ad aver invitato il proprio pubblico a non votarlo, cosa ti ha spinto a lanciare questo appello?

«Non l’ho fatto per creare una qualche polemica, quello che ho notato su Sanremo è che per partecipare devi avere alle spalle un certo background, che a me ancora mancava, oppure essere in un momento di hype, tipo se avessi partecipato al Festival subito dopo “Amici” o l’anno seguente, sarebbe stata tutta un’altra cosa. Non ho voluto farlo nel 2017 e nel 2018, ma ho avvertito lo stimolo di provare qualcosa di nuovo quest’anno. L’unica cosa che non mi è piaciuta è che, forse per evitare le polemiche degli anni passati, il pubblico non è mai stato reso partecipe se non nell’ultima sera, quando i giochi erano ormai fatti, al massimo sarei potuto arrivare penultimo o terzultimo, la situazione non sarebbe cambiata di molto».

Sei stato tra i protagonisti della partita del cuore 2020, nel complimentarmi con te per la precisione svizzera di quel rigore e per la determinazione con cui l’hai calciato, credo che quella stessa sicurezza avuta sul dischetto tu riesca a metterla anche nella tua musica. Facendo un parallelismo con i valori fondamentali dello sport, quali pensi siano i tuoi punti di forza e quelli su cui, magari, devi ancora lavorare?

«Sono molto consapevole delle mie caratteristiche e delle mie qualità, proprio come quando ho calciato quel rigore, mi sono detto “secondo me lo segno” (sorride, ndr), poi magari l’avrei potuto sbagliare, ma quando sono tranquillo e concentrato raggiungo il mio obiettivo. Uguale con la musica, l’unica differenza è che nello sport se tu fai un determinato tempo arrivi primo, in questo campo ci sono tantissime influenze e variabili in più, delle quali bisogna tener conto. Mi reputo una persona abbastanza insicura in generale nella vita, ma metto talmente tanta passione nella musica al punto da essere convinto delle canzoni che scrivo e di ciò che faccio, consapevole di scontrarmi con la realtà del mercato discografico. Raccontandoti di me stesso, posso dirti che devo ancora imparare tantissimo: si cresce, si sbaglia e si impara».

Per concludere, qual è l’insegnamento più importante che senti di aver appreso dalla musica fino ad oggi?

«Non dare niente per scontato, perché non è detto che quello che senti tu debba per forza essere avvertito dalle altre persone e viceversa. Bisogna cercare di tirare fuori la propria unicità, senza provare ad essere a tutti i costi il più bravo, perché l’originalità non si trova necessariamente ai primi posti della classifica. Essere unico non vuol dire piacere a tutti, magari a poche persone, ma non sentirsi da meno. Non lo sto dicendo per retorica, personalmente ho vissuto entrambe le cose, ciononostante il Riki di ieri non era più forte di quello di oggi, si tratta solo di raggiungere un certo equilibrio. Questo ho imparato dalla musica».

Riki intervista | Podcast

© foto di Fabrizio Cestari

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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