Sanremo 2021 cast

Considerazioni sul cast del prossimo Festival di Sanremo che si preannuncia ricco di scommesse e poca tradizione

L’annuncio dei 26 “Campioni” c’è stato (qui per scoprire tutti i nomi). Le date, almeno al momento, paiono confermate per i giorni che vanno dal 2 al 6 marzo prossimi. Il grosso del lavoro per il Festival di Sanremo 2021, dunque, parrebbe fatto per Amadeus e la sua squadra: non resta che andare in scena. Le prossime settimane serviranno per formalizzare i dettagli: scegliere co-conduttori e vallette (anche se qualche rumors già gira), selezionare gli ospiti e sviluppare una narrazione di fondo che possa accompagnare tutto lo svolgimento della kermesse.

A mentre fredda, digeriti entusiasmi o delusioni, è arrivato anche il momento di iniziare a tirare qualche somma e, al netto del fatto che di canzoni non si può ancora parlare perché l’ascolto ancora non è possibile per il pubblico, è comunque interessante iniziare a fare qualche considerazione a proposito delle scelte compiute dalla direzione artistica del Festival.

Sanremo 2021

Tra i dati positivi del nuovo cast del Festival c’è sicuramente l’allargamento a 26 dei Big in gara: in un periodo difficile come questo per la musica è doveroso che l’unica vetrina musicale ancora realizzabile offra quante più opportunità possibili per proporre nuovi progetti e garantire un’adeguata promozione mediatica. E se l’allargamento dei partecipanti da un lato potrebbe determinare anche un inevitabile (ma anche insostenibile) allungamento dei tempi della diretta televisiva il consiglio che ci auguriamo Amadeus vorrà tener presente consiste nella riduzione degli ospiti soprattutto di caratura nazionale. Se Sanremo vorrà continuare a rimanere il Festival della canzone italiana è giunto il momento di invertire la vergognosa tendenza delle ultime annate in cui i cosiddetti “big” calcano il palco dell’Ariston a cadenza biannuale per promuovere i loro rispettivi lavori (esattamente come i cantanti in gara) ma senza accettare il compromesso della “sfida” canora. La promozione fa comodo a tutti ma è giunto il momento di ristabilire l’ordine dei fattorie e se a qualcosa si deve rinunciare per evitare sforamenti eccessivi la scelta dovrebbe ricadere proprio su quelle presenze che a Sanremo ci vogliono andare senza accettarne le regole.

Altro dato assolutamente positivo riguarda il ritorno di una quota significativa di donne tra gli artisti in gara. Siamo ancora lontani dalla parità (10 a 16) ma almeno siamo riusciti a superare l’imbarazzante situazione delle ultime edizioni in cui le quote rosa rasentavano a malapena il 25% delle presenze. Se in questi anni le classifiche di vendita e delle piattaforme digitali stanno letteralmente eclissando le donne in musica è necessario che almeno Sanremo difenda e rilanci le presenze femminili che in larga parte hanno contribuito al successo della kermesse nel corso della sua storia.

Piace decisamente meno, invece, la quasi totale assenza della tradizione e della storia della musica italiana in questo cast. La scelta evidente di puntare sui volti giovani e freschi è coraggiosa e assolutamente da premiare ma il fatto che anche la più importante manifestazione canora del nostro Paese voglia dimenticarsi del proprio passato e degli artisti che l’hanno resa grande dispiace. Viviamo mesi in cui lottiamo per difendere il “diritto” alla vecchiaia e sarebbe stato un bel segnale se anche il Festival di Sanremo avesse abbracciato, almeno in parte, una quota significativa di artisti storici per dare a tutti il messaggio che in noi non c’è alcuna volontà di “lasciarli soli”. D’altronde l’allargamento dei big al numero di 26 avrebbe tranquillamente consentito la creazione di un gruppetto di cosiddetti “over” che potessero rappresentare al meglio la varietà della proposta musicale ed i gusti di un mercato musicale che ha estremamente bisogno di tornare a guardare al di fuori del perimetro dell’adolescenza perché, prima o poi, tutti cresceremo e avremo bisogno di una colonna sonora diversa che ci accompagni.

L’ultima considerazione riguarda una decisa svolta indie che si è compiuta nella formulazione del cast mettendo da parte sia il pop più tradizionale che il rap, genere mai troppo a fuoco in terra sanremese. La scelta potrà rivelarsi azzeccata (anche se discograficamente ben poche sono le quote davvero “indie” nel senso di indipendenti) ma il vero pericolo starà nel rischio di un’eccessiva omologazione di genere e, quindi, in un pestarsi i piedi a vicenda non favorendo davvero nessuno. D’altronde la faccia inversa dell’allargamento dei big è proprio il fatto di una concorrenza sempre più forte e di una torta da spartirsi tra più contendenti.

Venendo più strettamente ai nomi il destino della coppia formata da Francesca Michielin e Fedez pare già scritto ma attenzione perché all’Ariston partire con i favori dei pronostici non porta mai troppo bene. D’altronde tanti sono i competitors a partire dai Maneskin, che sicuramente punteranno tutto sulla loro resa dal vivo anche da un punto di vista d’impatto sonoro, e da Ermal Meta, che da ex-vincitore potrebbe rischiare di calcare le orme dell’ultimo Francesco Gabbani. Ma tra i candidati già più quotati secondo gli scommettitori starebbero di diritto anche Irama, che all’Ariston non proporrà certo un tormentone estivo ma un brano che lo riporti ad interpretare tematiche profonde, e Lo Stato Sociale, che se azzeccheranno nuovamente la ricetta per il perfetto tormentone potrebbero bissare le proprie orme poi ripetute da tanti altri negli ultimi anni.

Piace il ritorno di classe di Malika Ayane, un’artista che a Sanremo ha regalato sempre il meglio di sé, che darà lezioni di canto come altri due usignoli di quest’edizione ovverosia la veterana Arisa ed il ritorno clamoroso (anche se forse fuori tempo massimo rispetto ad un’attività discografica da troppo messa in stand-by per essere ripresa con vigore) di Orietta Berti. Di canto se ne intendono anche due autentici crossover come Ghemon e Aiello, che sapranno incantare il pubblico con proposte innovative ma anche profonde, un veterano come Francesco Renga, bisognoso di una nuova grande canzone, e Annalisa, ancora alla ricerca di quell’equilibrio tra passato, presente e futuro che a Sanremo ha saputo spesso trovare.

Il rap viaggerà attraverso le voci di Fasma, ultima scoperta delle Nuove Proposte del Festival, Madame, vera e propria scommessa al femminile di questo tipo di linguaggio musicale, e di Willie Peyote e Random, entrambi non nuovi ad incursioni “pop” nella propria musica. Cercheranno incursioni anche Gaia, giovanissima ugola che ha fatto del suo pop multietnico e contemporaneo la propria ricetta vincente, Max Gazzè, da sempre imprevedibile nelle proprie destinazioni musicali, e Noemi, pronta ad una nuova trasformazione per consolidarsi nell’oggi.

Sul terreno “indi-pendente” giocheranno le proprie fiches in tanti (oltre ad alcuni di quelli già citati che vi entreranno magari a sorpresa) ma gli occhi saranno puntati soprattutto su Fulminacci, Gio Evan e La Rappresentante di Lista, tre nomi su ci si ripongono alte aspettative anche discografiche. Forse più di “nicchia” risulterà il duo formato da Colapesce e Dimartino mentre, invece, dovrà farsi valere musicalmente Bugo, stavolta privato della componente “show” rispetto alla scorsa annata. E se le sorprese non sono mai finite come dimenticarsi dei Coma_Cose e dell’inedita accoppiata tra gli Extraliscio e Davide Toffolo?

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Ilario Luisetto

Creatore e direttore di "Recensiamo Musica" dal 2012. Sanremo ed il pop (esclusivamente ed orgogliosamente italiano) sono casa mia. Mia Martini è nel mio cuore sopra ogni altra/o ma sono alla costante ricerca di nuove grandi voci. Nostalgico e sognatore amo tutto quello che nella musica è vero. Meno quello che è costruito anche se perfetto. Meglio essere che apparire.

By Ilario Luisetto

Creatore e direttore di "Recensiamo Musica" dal 2012. Sanremo ed il pop (esclusivamente ed orgogliosamente italiano) sono casa mia. Mia Martini è nel mio cuore sopra ogni altra/o ma sono alla costante ricerca di nuove grandi voci. Nostalgico e sognatore amo tutto quello che nella musica è vero. Meno quello che è costruito anche se perfetto. Meglio essere che apparire.

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