Silvia Mezzanotte: riparto ma rimango me stessa - INTERVISTA - Recensiamo Musica

Silvia Mezzanotte: riparto ma rimango me stessa – INTERVISTA

Non ha di certo bisogno di presentazioni Silvia Mezzanotte, voce unica ed inimitabile che guidò i Matia Bazar tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000, dopo l’addio di Antonella Ruggero e di Laura Valente, e, per una seconda parentesi, nel post-2010. La sua voce, da sempre, è riconosciuta come una delle più grandi vocalità della storia della nostra musica leggera capace di una limpidezza e di una forza espressiva propria soltanto delle migliori interpreti del secolo scorso di cui, attualmente, sta portando il repertorio nelle piazze rivisitandolo con il suo “Regine Tour”. Con la pubblicazione di Lasciarmi andare, suo ultimo singolo uscito qualche settimana fa, Silvia ha segnato il suo ritorno discografico dopo un periodo difficile e la partecipazione a “Tale e quale show” che le ha dato nuova popolarità e forza.

Ho avuto l’onore di poter fare con Silvia una bellissima chiacchierata parlando della musica di oggi, di ieri e di domani in modo puro, semplice, confidenziale che solo le grandi persone possiedono pur avendo tutti i mezzi per potersi considerare “dive”. Ecco che cosa mi ha raccontato:

Partiamo subito dal tuo ultimo singolo dal titolo “Lasciarmi andare”, uscito pochissime settimane fa, che segna, in qualche modo, il tuo ritorno sulle scene dopo qualche anno di lontananza “ufficiosa” riempita però dall’attività live e dall’esperienza televisiva di “Tale e quale show”. Che valore ha, per te, questo ritorno?

<<Il valore che ha per me questo brano è sicuramente quello di una rinascita perché, è vero, ho fatto tante cose in questi anni dopo la chiusura con il mondo dei Matia Bazar, ma non avevo messo in programma di ripartire discograficamente e di farlo soprattutto in questo modo. E’ successo tutto grazie ad un incontro con Antonio Salvati, il patron della “Rosso al tramonto”, che mi ha fatto conoscere il suo team di autori e produttori giovani che hanno fatto nascere in me la volontà di rimettermi in gioco, anche discograficamente, con brani che abbiano tutto lo spessore dei miei anni e della mia esperienza, ma che siano proposti in modo graffiante e moderno>>.

Ed infatti le sonorità che propone questo primo brano sono quelle graffianti e ruggenti del pop-rock capaci anche, però, di esaltare le tue qualità vocali che, da sempre, il pubblico ti riconosce

<<La volontà era esattamente questa ed è stata raggiunta sporcando un po’ la voce per tirare fuori anche quella vena di sofferenza che nel testo è espressa con chiarezza. C’è un largo inciso efficace soprattutto perché parla di un qualcosa in cui tutti si possono riconoscere: la volontà di lasciarsi andare nuovamente alla vita. Le strofe, invece, raccontano perfettamente di me come se fosse una fotografia estremamente lucida e non per forza politicamente corretta visto che racconta di una donna che le ha prese dalla vita ma le ha anche date in maniera pesante. La cosa che ho chiesto espressamente agli autori del brano è stata proprio quella di non parlare di me come di una vittima della durezza della vita perché non lo sono: essendo una donna di carattere se ho preso delle botte è perché sicuramente le ho restituite e penso che sia giusto così altrimenti non si cresce>>.

So che stai lavorando anche al tuo prossimo album di cui hai già annunciato che il titolo sarà “5.0” in segno di continuità con il messaggio di rinascita sotto nuove vesti che lancia questo primo singolo. Tutto l’album sarà caratterizzato da questa voglia di modernità in qualche modo?

<<Si ma sempre conservando spessore soprattutto nella qualità dei testi, il che non significa pesantezza ma tutt’altro perché si può parlare in maniera approfondita anche delle cose leggere: secondo me la musica leggera cantata da una persona che ha la mia esperienza deve contenere un messaggio congruente alla propria natura. Sto molto attenta a tutto questo e a coniugare il graffio di modernità degli arrangiamenti a dei messaggi solidi, chiari, maturi e consapevoli. Sto lavorando con autori capaci e tutt’altro che attempati: Gianluca Capozzi, che ha scritto “Lasciarmi andare”, è un giovane come anche Tony Maiello con il quale sto collaborando. Sono giovani autori dotati però di grande anima>>.

Quest’estate continuerai ad essere impegnata nella dimensione live che, per te, so essere un altro aspetto molto importante: il “Regine Tour” ti vede impegnata ad interpretare il repertorio delle grandi voci femminili della musica italiana e non solo partendo da Mia Martini, Mina, Anna Oxa, Giuni Russo e molte altre. Che cosa ti insegnano tutte queste grandissime voci e come mai hai scelto proprio queste canzoni?

<<Ognuna di queste grandi donne ed ognuna di queste bellissime canzoni ha rappresentato un momento importante per la mia vita personale arrivando magari in momenti della mia crescita dove mi hanno aiutato a credere in me stessa grazie ai messaggi che portano. E’ questo il motivo che mi ha spinto a scegliere di portare queste grandi donne con me sul palco operando, poi, anche una scelta di gusto personale e di rispetto del mio range musicale nella scelta dei brani. Per esempio, per due divine della nostra musica come Mia Martini e Giuni Russo, ho fatto scelte forse impopolari perché non canto “Un’estate al mare” e “Gli uomini non cambiano” ma due canzoni molto meno conosciute: ho scelto “La sua figura” di Giuni Russo e “Col tempo imparerò” di Mimì>>.

Come mai hai scelto proprio questi due brani?

<<”Col tempo imparerò” l’ho scelta volutamente perché parla di un tempo che Mimì non ha avuto: il tempo di invecchiare. E’ una canzone che in pochi conoscono, ma è una perla rara e penso sia giusto portare questo tipo di canzoni e di messaggi al pubblico come fa una portatrice d’acqua: il pubblico, anche quello di piazza che si pensa ingenuamente sia meno attento visto che non paga il biglietto, se viene preso per mano e condotto lungo il percorso raccontandogli la meta ti segue fedelmente e ciecamente. Di questo ne ho riprova ogni sera quando, alla fine del concerto, le persone mi dicono che i brani arrivati più direttamente al centro dell’anima ci sono proprio quelli meno conosciuti.

L’altro brano, “La sua figura” di Giuni Russo, fa parte della seconda parte della sua carriera, quella in cui, finalmente, è riuscita a raccontare la sua spiritualità. E’ il brano attraverso il quale io mando sempre una sorta di saluto extra-dimensionale a Giancarlo Golzi, scomparso nel 2015, che è stato mio compagno di lavoro e compagno fraterno per tantissimi anni>>.

Mi permetto di ringraziarti davvero di tutto cuore per aver parlato di Mia Martini e di quel suo splendido brano che, avendo avuto modo di sentire la tua interpretazione, trovo essere stato interpretato in modo estremamente corretto, rispettoso e di gran classe. Pur non avendo avuto modo di vivere la musica di Mimì nel suo tempo, a causa della mia giovane età, ho imparato con il tempo a conoscerla e sono sempre molto diffidente dalle fin troppe rivisitazioni che si fanno dei suoi brani, molto spesso senza capire davvero che cosa significassero per lei le parole che cantava. Ecco, con questi presupposti, trovo sinceramente la tua versione una delle più belle che ne siano mai state fatte.

<<Grazie, era esattamente questo il mio intento: cantare Mimì rispettando la sua essenza. Devo farti, anzi, i complimenti perché oggi giorno regna una certa superficialità musicale ed, invece, sono convinta che ci sia bisogno di trasmettere, soprattutto ai giovani, questi valori musicali provenienti dai miti della nostra musica>>.

Tornando a te in prima persona so che da alcuni anni sei impegnata anche con un’accademia dove sei costantemente a contatto con i giovani nelle vesti d’insegnante. Che cosa ti insegna quest’esperienza? Cosa riesci ad assorbire dai ragazzi che vogliono intraprendere la strada della musica?

<<Semplicemente tutto. Questo 50 trasformato in 5.0 parte soprattutto da qui: dal contatto continuo e costante con il mondo dei giovani che mi tengono ancorata a terra e alla dimensione attuale della musica che, sia chiaro, a volte mi piace a volte no. Io dai giovani imparo molto più di quello che insegno. L’Accademia l’ho aperta ormai da un paio d’anni con una sede in Sicilia e una Bologna, ma ora c’è una terza sede che sta aprendo a Trapani e da settembre ci saranno una serie di altre affiliazioni dove verrà applicato uno specifico metodo di studio e di applicazione che ho messo a punto personalmente insieme al mio socio, Riccardo Rosso. E’ una metodologia molto pratica che permette di trovare da subito una serie di sonorità sotto il corretto profilo tecnico prima che interpretativo: capire immediatamente quali sono le facilitazioni tecniche per usare correttamente la voce permette di poter pensare, poi, totalmente al punto focale per un cantante: la comunicazione>>.

Come è nata l’idea di dedicarsi anche all’insegnamento?

<<Sono più di dieci anni che pratico quest’esperienza nelle varie accademie italiane dove ho cercato di capire di che cosa ci potesse essere necessità al fine di fornire tutti gli strumenti per intraprendere la strada del canto. Da qui è nata l’idea di un’accademia dotata di studio di registrazione, docenti che aiutano i ragazzi non soltanto sotto il profilo tecnico ma anche dal punto di vista della recitazione, del movimento, dell’utilizzo del microfono…>>.

Tornando, quindi, alla domanda di partenza in che cosa ti arricchisce concretamente questo percorso?

<<E’ un’esperienza che mi permette di capire quali siano le esigenze del mondo musicale attuale cercando di tradurle non solo per chi si rivolge a me per un suggerimento o un consiglio, ma anche per me stessa capendo come continuare a far parte di una dimensione musicale tanto cambiata nel corso degli ultimi anni. Tutto ciò, ovviamente, non sempre è facile da coniugare con la volontà di restare comunque fedele a me stessa: apprezzo gli artisti che modificano il proprio modo di essere per adattarsi alle radio però, talvolta, sento che alcuni cedono eccessivamente alla lusinga radiofonica finendo per cantare brani che risultano inadatti alla loro maturità ed esperienza. Non vorrei mai cadere in questa trappola perché tengo moltissimo a rimanere me stessa da questo punto di vista>>.

Tornando al concetto dell’istruzione e della tecnica: sei da sempre ritenuta una delle grandi virtuose della voce ed una signora della musica italiana che ha fatto della voce il proprio mezzo prediletto. Quanto importante è, secondo la tua esperienza, studiare nel mondo della musica?

<<Ho lavorato per molto tempo cantando, da semi-professionista, senza avere alcun bagaglio tecnico e quando, dopo diversi anni, ho deciso di mettermi a studiare ho avuto un primo periodo di difficoltà perché, ormai, avevo sviluppato una serie di meccanismi che erano difficili da scardinare. Quando finalmente sono riuscita a capire che cosa volesse dire tecnicamente l’utilizzo della respirazione e dei risuonatori (per dire le prime due cose basilari) allora ho iniziato davvero a padroneggiare la voce per essere in grado, quindi, di tradurre il sentimento pensando semplicemente alla parola cantata e non alla tecnica. C’è un tempo nel quale la tecnica è necessaria perché è come imparare a guidare, ma una volta che si hanno meccanicizzato i movimenti si può continuare a guidare mandando a quel paese il tuo fidanzato al telefono (ed è il momento migliore per farlo). Viene, poi, un momento in cui la tecnica va lasciata andare per lasciare emergere ciò che si ha dentro: una delle cose più belle che mi ha regalato questa nuova consapevolezza è proprio il “lasciarmi andare” (non è un caso che s’intitoli così la canzone) al sentimento e alla “sporcizia” che questo porta con sè>>.

E’ forse proprio questa la forza del canto, non trovi?

<<Si, il canto ha il bellissimo potere di bypassare la mente: io, con le canzoni, comunico da dentro a dentro. Ce ne si può rendere benissimo ad un concerto dove la gente arriva portando con sé i propri problemi, che si esprimono con un viso tirato e le braccia conserte, e se ne va più sereno e con la voglia di abbracciarmi quando mi vede alla fine del live: questo significa che la comunicazione è avvenuta indipendentemente dal fatto che io non possa saper nulla di quelle persone che, magari, sono arrivate anche con una certa diffidenza. E’ per questo che considero la voce uno strumento divino che mi è stato regalato per far star bene>>.

Tornando quindi alla domanda, al netto di tutta la tua esperienza, che bilancio puoi fare della tecnica nel canto?

<<E’ importante la tecnica, forse è stata più importante per me negli anni precedenti quando mi hanno spesso rinfacciato di essere fin troppo precisa. Quella fase è passata: “Lasciarmi andare” significa anche questo, perdonarmi, anche da questo punto di vista>>

Ripercorrendo molto velocemente la tua carriera hai vissuto dei momenti di grandissima popolarità alternati a degli altri periodi di “oscurantismo”: penso al primo Festival di Sanremo del 1990 seguito da un periodo di 9 anni in cui si sono quasi perse le tue tracce seguito, poi, dal un nuovo grande boom con i Matia Bazar seguito, nuovamente, da un periodo di silenzio dopo la scomparsa di Giancarlo Golzi determinato, penso, dal rispetto di una persona che ti è stata affianco molti anni e, probabilmente, anche per un’esigenza personale. Che cosa ti hanno insegnato questi due momenti di “pausa professionale”?

<<Le cause che hanno prodotto questi momenti sono state diverse e sicuramente la seconda è stata molto più traumatizzante della prima perché la scomparsa di Giancarlo è stato davvero uno tsunami che mi ha travolta portandomi a vivere un momento di grande difficoltà. Mi ha riportata in piedi sicuramente il progetto dell’Accademia e poi il ricordo di Giancarlo che mai avrebbe voluto vedermi cedere e rinunciare al mio sorriso e alla mia visione positiva.

Quello che mi hanno insegnato, però, generalmente questi momenti è il fatto che un’artista debba vivere questi periodi in modo abbastanza normale e mi hanno permesso di creare un mio equilibrio che trovo estremamente piacevole: da un lato c’è il piacere di andare al cinema ed essere riconosciuta, dall’altro c’è l’altrettanto grande piacere di passare inosservata in altri momenti. Ho imparato a godere entrambi i momenti e ad apprezzarli. Ora, devo dirlo senza presunzione, sono in una fase di riconoscibilità importante grazie a “Tale e quale show” che ha sorpreso anche me malgrado sapessi che si trattasse, probabilmente, della realtà televisiva più importante dopo il Festival di Sanremo. Io in quest’equilibrio ora ci vivo bene e non ci soffro più perché la consapevolezza che si acquiesce nel crescere aiuta in questo>>.

Hai citato il Festival di Sanremo quindi la domanda risulta quasi inevitabile: c’è all’orizzonte la possibilità di realizzare la cinquina di presenze oppure, per il momento, ti senti appagata così?

<<Non dico mai di no al Festival ma bisogna che ci sia la canzone giusta. In questo momento sono concentrata soprattutto sui brani dell’album ma non è detto che non ci possa essere una possibilità in futuro. Io sono nata con il Festival di Sanremo e lo amo molto vivendolo sempre come uno dei gioielli della nostra “mamma Rai”. Non nascondo, dunque, che se trovassi la canzone giusta proverei, perlomeno, a presentarmi alla commissione: mi piacerebbe, è inutile che lo neghi>>.

Non so se sei al corrente delle ultime chiacchiere che riguardano il Festival che vorrebbero una sorta di prossimo cambiamento di location dal teatro Ariston ad un qualcosa di più ampio che permetta anche di aprirsi alla dimensione spettacolare dell’Eurovision Song Contest. Come la leggeresti quest’idea? Non pensi che voglia dire, in qualche modo, snaturare il Festival per così come lo conosciamo da sempre?

<<Non lo sapevo. Io il mio primo Festival l’ho fatto da sola nel 1990 al Pala Fiori di Sanremo che, però, non ha lo stesso fascino dell’Ariston e mi sembra difficile poter pensare ad un cambio così radicale. Ricordo con grande piacere il mio primo Festival al Pala Fiori, quando ancora c’era l’accoppiata con gli artisti internazionali e mi ritrovai a fare le prove proprio prima di Ray Charles, ma penso che il fascino dell’Ariston, per chi l’ha vissuto, è proprio di un altro pianeta. Non sarei così felice forse di questo cambiamento>>.

Se ne parlava in merito ad un possibile ritorno alla conduzione di Paolo Bonolis che però, stando a quando ha detto, ritornerebbe a condurre il Festival solo avendo carta bianca per realizzare questo netto cambiamento di stile. Il direttore di rete aveva in qualche modo supportato la tesi di Bonolis dicendo che prima o poi la Rai dovrà fare i conti con questo “cambiamento generazionale” del Festival il che non significa che la cosa partirà dal 2018 ma che, comunque, l’ipotesi per il futuro c’è

<<Io credo che tutto parta dal fatto che l’ultimo Festival di Carlo Conti è stato spettacolare dal punto di vista televisivo e che, dunque, chiunque debba raccogliere questa eredità lo debba fare trovando qualcosa di diverso e innovativo. Vedremo… Toglierlo dall’Ariston mi sembra uno sconvolgimento che snaturerebbe un po’ perché, tutto sommato, l’Eurofestival già c’è: io continuerei a preservare il nostro Festival, che non c’è negli altri Paesi, con la valenza che ha. Sono d’accordo sull’innovazione ma fino ad un certo punto>>.

Se dovessi individuare all’interno di tutta la tua carriera artistica un brano da proporre ad un ascoltatore che non ti conosce quale sceglieresti?

<<In questo momento, ovviamente, mi trovi assolutamente propensa a dire “Lasciarmi andare” anche solo per il semplice fatto che per un artista l’ultimo figlio è sempre quello a cui si vuole più bene. Però, poi, ovviamente non potrei non fargli ascoltare anche “Brivido caldo”, la canzone più giusta per la mia vocalità all’interno del mondo Matia Bazar e anche quella più amata dai fan: più amata anche di “Messaggio d’amore”>>.

La canzone che, invece, non hai cantato tu ma che avresti voluto rubare a qualche tuo collega?

<<Senza dubbio “Almeno tu nell’universo”>>.

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Ilario Luisetto

Direttore di "Recensiamo Musica" e suo fondatore dal 2012. Sanremo ed il pop sono casa mia. Mia Martini è nel mio cuore sopra ogni altra/o ma sono alla costante ricerca di nuove grandi voci.

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