Raccontiamo l’attualità con una canzone

Questo articolo si attiene ai metodi raccomandati dal manuale della didattica italiana su come scrivere. Ovvero: prima dire alla gente cosa si sta dirle; poi dirglielo, e poi dirle che cosa si è detto.

Quindi, all’inizio vi intratterrò con una vicenda personale apparentemente inutile (lo sembrano tutte, ma poi…), poi collegherò la canzone di oggi che accompagnerà la riflessione nata dalla mia vicenda personale, ovvero: l’essere italiani. Dopodiché, passerò a consigliare a tutti quelli che da ogni parte del globo stanno leggendo queste mie parole, un suggerimento riguardo un’azione che potrebbe migliorare la vostra vita; finendo poi il mio articolo con una parola apparentemente inutile (lo sembrano tutte, ma poi…). Tale parola sarà “ippica”.

Premesse fatte, cerchiamo ora di mantenerle. Dunque: vicenda personale apparentemente inutile. Trovandomi in una libreria a guardare tutto quel fuoco di fantasia racchiuso da un po’ d’inchiostro e da molta carta, mi parve normale esaltarmi per le bellezze nascoste che dimorano questo nostro strano mondo. Poi osservai il reparto dei giovani influencer e i loro libri autobiografici e mi parve altrettanto normale rabbuiarmi per le nefandezze in piena luce che dimorano questo nostro strano mondo. Ne presi uno in mano, di quei libri, giusto per non lasciarmi guidare dai pregiudizi. In quel momento passò il libraio e dal suo sguardo severo verso me e verso il libro che stavo osservando, provai non poca vergogna, così lo rimisi a posto. Il libro, non il libraio.

Cercando di riconquistare la fiducia letteraria del titolare, comprai un libro da veri colti (dubitate sempre di quelli che comprano libri colti per essere colti. Lo si fa sempre e solo per colmare la propria ignoranza e la propria vergogna agli occhi dei vicini), e cercai di attaccar bottone con lui. Con il librario, non con il libro.

Chiedendogli quale sia lo scrittore più importante in Italia in questo momento – si lo so, forse come domanda non è delle migliori – lui mi rispose in un modo che riassumerei così: “non ci saranno mai artisti veri in Italia, almeno fino a quando qualcuno capirà cosa vuol dire essere italiani”.

Questo mi fece pensare a due cose. In primis, che la mia domanda era proprio idiota. In secundis, che la sua risposta era davvero pazzesca. Non tanto per la durezza, ma per la sua domanda intrinseca, ovvero: cosa vuol dire essere italiani?

Spogliato della mia nazionalità, cerco ancora adesso di trovare la risposta a questa sua provocazione. Essere italiani vuol dire un sacco di cose: penso a Dante, a Manzoni, a Leopardi, Boccaccio, Pirandello, Ungaretti, Frank Buscaglione (scusate, questa è una fissa mia) e via così. Abbiamo tanta di quella cultura da far venire i brividi agli altri paesi. Già. Ma oggi? Oggi chi è che porta in alto quella cultura? Chi è l’artista, musicista, scrittore, utopista, veramente capace di portare al mondo intero i nostri valori e la nostra vera identità? Nessuno? Davvero? La cultura è tale se è pregna di passato, ma anche indirizzata verso il futuro. Fissata questa constatazione, c’è davvero cultura nell’essere italiani? C’è davvero un futuro che ci unisce?

Ci si sente così: spiazzati, sconcertati, con una Patria di ieri ma non una per domani. Cerco rifugio un po’ ovunque: la politica? Ma per favore. Il cinema? Insomma. La musica? Bah. Pensando a quello ed altri “bah”, mi balzò all’orecchio una canzone che forse parla proprio di questo. O forse no. Ma del resto qui sono io che scrivo, quindi decido che lo sia. Tale canzone è Amen, di Francesco Gabbani. È una canzone molto potente. Potremmo quasi dire che sia una canzone che spacca se Gabbani fosse un semplice cantante, ma ai fatti non lo è. Francesco è un’artista molto complesso, uno che ha fatto dell’originalità il marchio di fabbrica di molte sue canzoni, cercando di portare nella sua musica temi difficili, scomodi ma mai banali. Come quello di questa canzone.

E allora avanti popolo
Che spera in un miracolo
Elaboriamo il lutto con un Amen, Amen
Dal ricco in look ascetico, al povero di spirito
Dimentichiamo tutto con un Amen, Amen

E me la vedo lì, l’Italia. Tutta davanti ai suoi tricolori volteggianti, o sui balconi con le scritte “ce la faremo”, o nelle piazze piene che gridano il loro amore per questo nostro Paese. Anche se, e questo è bene dirlo, i tricolori in cielo poi sfumano, le scritte sui balconi si sbiadiscono, e le persone nelle piazze dovranno pur tornare a casa a dar pane ai loro denti agguerriti. E allora lì, l’Italia, dove sta? Possibile che la nostra nazione si unisca solo per alcuni momenti, lasciando il resto in un’inesorabile tristezza? Forse mi sbaglio, forse no. Ma del resto qui sono io che scrivo, quindi decido di no. Ma qualcosa che sia andato storto ci dovrà essere. Come si spiega altrimenti questa vertiginosa caduta che ha portato noi italiani da Dante ad uno qualsiasi dei cosiddetti trapper e ai loro enigmatici tatuaggi sul viso? Possibile che oggi non troviamo una cosa, noi italiani, in cui ci uniamo tutti? Un valore univoco, una passione ardente? Perché siamo sempre così profondamente divisi? Poi certo, uno guarda oltreoceano e vede davvero cosa sia un paese diviso, lacerato dall’ingiustizia e dall’odio razziale. Ma in ogni caso, lì si combatte per dei valori, per degli ideali. Noi per cosa combattiamo? In cosa ci riconosciamo noi italiani, oltre al solito spaghetti, western e mandolino? Forse stiamo davvero decadendo e ci autocommiseriamo con uno sbrigativo “amen”.

Chiedo scusa ai lettori, ma non è facile per un giovane come me – ma sono convinto che questo valga per tutti – avere la consapevolezza di vivere nel Paese più bello del mondo, ma anche nel più smarrito. Certo, la nostra storia è invidiabile. Ma che ne è del nostro futuro? Forse esagero, forse no.

Mannaggia a te libraio, mi fai venire in mente questi pensieri dai quali non so più liberarmene. Mi riascolto ancora un po’ Gabba e penso che no, “Amen” non voglio proprio dirlo. E non voglio neanche ammettere che siamo in un Paese ormai decadente e senza identità. Sarò giovane ma non disilluso. Se non lo siete anche voi (disillusi, non giovani) allora eccovi un consiglio che potrebbe salvarvi la vita, o che più modestamente, la potrebbe migliorare.
Cercatela questa identità. Questo essere italiani. Questa cosa che unisce me, te, noi. Cercatela nella musica, nei musei, nei teatri. Ma soprattutto, cari lettori, cercatela nelle librerie.

Perché sono sicuro sia lì, in tutto quel fuoco di fantasia racchiuso da un po’ d’inchiostro e da molto carta, che si nasconde la nostra storia. Se trovate delle risposte, contattatemi. Se non le trovate, contattami lo stesso. Più sono le persone che cercano una risposta, più la domanda diventa affascinante.

Appena finisco questo articolo, prometto che ritorno in quella libreria. Sia per ringraziare quel libraio per la sua risposta – e per scusarmi della mia domanda – ma sia per cercare dove e cosa sia questa nostra Italia del domani. Prometto che non avrò pregiudizi, la cercherò ovunque. Nei libri classici, nei romanzi e anche nei libri autobiografici degli influencer. E perché no, anche nei libri sull’ippica.

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Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

Di Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

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