Un libro,  una canzone: insieme

Noi, che siamo povere e buffe anime peccatrici, non opponiamo poi tanta resistenza per contrastare qualche voluttuosa dose di supremazia ed egoismo. Chi più chi meno, a tutti capita di sentirsi, anche solo per un attimo, grandiosi. A me capita quando finisco di leggere un libro o ascoltando una bella canzone. Guardo la copertina e rimango lì in silenzio ad osservarla – è un po’ come la standing-ovation nel mondo letterario – oppure mi tolgo le cuffie e osservo il cielo – in quel caso, semplice paranoia. Non importa se poi ho capito o meno il messaggio del libro o della canzone. In quel momento mi sento grande, pieno, oserei anche “invincibile”. Siamo tutti uomini, per Dio. Cosa saremmo senza questi accenni di imbarazzante superiorità? Probabilmente esseri migliori. Ma di certo meno divertenti.

Ci sono solo due casi nella quale questa grandiosità viene meno. Uno è ascoltando una qualsiasi canzone di Guccini. L’altra è leggendo un qualsiasi libro di Calvino. Cerco di spiegarmi. Calvino e Guccini sono due giganti. Con le parole volano, illuminano e colorano paesaggi come dei pittori veristi e mentre li leggi e li ascolti, tu sei lì con loro, a vedere i lineamenti del quadro, l’esattezza del colore, la geometrica attenzione nel dettaglio emotivo. Quello che rimane è un’irraggiungibilità enorme. Il distacco fra il loro modo di vedere il mondo e il nostro imbarazzante viverci. Non c’è altezzosità ma solo un enorme ammirazione per dire le cose con il loro nome. È una cosa strana che qui cercherò di spiegare con due esempi. Il primo è Lezioni Americane, sei proposte di Italo Calvino per vivere al meglio il nostro millennio. Il secondo è una canzone di Guccini.

Partiamo dal libro. Quando sei un grande scrittore, è naturale che ti chiedono cose grandi. Poi se ti chiami Calvino è naturale che queste cose le sai fare molto bene e così a noi è arrivato in dono questo libro. Cinque consigli e cinque lezioni per capire e studiare la vita che, negli anni 80’, si sono immaginati potessimo vivere oggi. Calvino ha intitolato queste lezioni con una parola ciascuno. Guardate l’attualità di questi temi: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità. Capiamoci bene. Siamo negli anni 80’. Non c’è Instagram, Facebook né tantomeno internet a portata di mano. Eppure Calvino aveva già inquadrato le vere basi con le quali abbiamo costruito ogni grande invenzione degli ultimi vent’anni. Tutti i social, tutte le multinazionali di oggi usano queste cinque parole. Poi che abbiano letto o non letto Calvino è cosa da vedere. Di sicuro è affascinate pensare a che livello di immaginazione viaggiasse quest’uomo. Come riuscisse a vedere oltre il proprio tempo, oltre la propria casa e capire, nei problemi di domani, la bellezza che dimora l’oggi. Hai voglia a spiegare ad un bambino che Instagram fa male. Vuoi mettere invece la sfida di insegnargli che la rapidità è nulla senza leggerezza? Quello è un altro terreno di gioco, un altro stile per approcciarsi alla vita.

E qui passiamo alla canzone. Riporto qui una canzone che definirla dolce è ben poco. Si chiama Vedi Cara, scritta e interpretata da Francesco Guccini ma qui cantata da Vinicio Capossela.

L’ha metto perché, beh, perché è troppo bella. Semplicemente troppo bella. E poi non c’è perfezione, non c’è quella morbosa e pallosissima ricerca della giusta armonia, ricercata nelle canzoni d’oggi. No. C’è solo l’esatta voce per dar vita ad un confuso sentimento. Un elogio al profondo e vero senso di una canzone d’autore. Un pozzo da cui non si smette mai di attingere. Proprio per questo si ascolta una volta Guccini e sai che potrai ascoltarlo per sempre. Per questo Calvino non la smetterà mai di scrivere di te, di parlare di te e raccontare la tua vita. Perché sono eterni. Non nella bellezza, ma nella loro sua assidua ricerca.

Così vi rimarrà questo, sia che ascoltate questa canzone, sia che vi leggete questo libro. Il desiderio e l’utopia di credere che lo scopo di Calvino, di Guccini – e chissà, magari anche il nostro – è lo stesso. Scrivere il proprio tempo e legarlo ad altri. Poi c’è ci scrive, c’è chi ama e c’è chi fa il comico. Ma è lo stesso viaggio per tutti. Sono le stesse lezioni per tutti.

Un ultima cosa. Nel capitolo riferito alla rapidità, Calvino accenna alla storia più corta del mondo scritta da Augusto Monterroso. Sono andata a cercarla, e sì, è davvero corta. Una riga in tutto. La capacità di innalzare alle più alte cime la straordinaria capacità dell’uomo di giocare con la fantasia. Non che poi insegni molto. Ma cosa c’è da insegnare dico io? Non leggiamo forse per evadere e ricucire una ferita inflitta dalla vita? E non ascoltiamo musica per sopperire a quella mancanza che ci tiene vivi e in perpetuo cammino? Cercherei una risposta, se non l’avesse già trovata Guccini nella canzone.

“Vedi cara è difficile spiegare
È difficile capire se non hai capito già”

Infine, erano sei inizialmente i capitoli di Calvino, ma la morte li incontrò prima che riuscisse a scrivere l’ultimo. Si sarebbe intitolata “Consistenza” che guarda un po’, è quella che  spesso viene a mancare oggi, nelle cose di tutti i giorni. Però è poetico, pensare che lassù, nel cielo sopra Palomar, Calvino ci stia aspettando per insegnarci la sua ultima lezione. Perciò fate i bravi, leggetevi queste lezioni americane che parlano sempre e solo di una cosa: di te.

Ah giusto, mi dimenticavo la storia più corta del mondo. “Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì”. Giù il sipario. Applausi.

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Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

Di Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

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