A tu per tu con il cantautore romano, per parlare del brano “Prima di qualunque amore” e ripercorrere le tappe fondamentali della sua interessante carriera

A un anno di distanza dal lancio del suo disco d’esordio, intitolato Credo(qui la nostra precedente intervista), ritroviamo con piacere Vincenzo Incenzo, di rientro in Italia dopo il suo viaggio in Colombia, dove ha avuto modo di esportare e far apprezzare al pubblico la sua/nostra buona musica. “Prima di qualunque amore” è il titolo del nuovo brano dell’artista, il cui videoclip è impreziosito dalle immagini tratte dal pluripremiato cortometraggio “I sogni appesi” di Manuela Tempesta, che ha riscosso positivi riscontri nel corso della 76esima Mostra del Cinema di Venezia. Un progetto importante volto a sensibilizzare e porre l’attenzione sul tema tanto discusso della violenza sulle donne, con la forza e la purezza che solo l’arte è in grado di sprigionare. Una bella occasione per tornare a ripercorrere la storia di uno degli autori più ispirati della nostra scena musicale che, nel corso della sua longeva e prolifica attività, ha avuto modo di lavorare con artisti del calibro di Renato Zero, Michele Zarrillo, Lucio Dalla, Antonello Venditti, Sergio Endrigo, PFM, Franco Califano, Armando Trovajoli, Ornella Vanoni, Patty Pravo, Al Bano Carrisi, Tosca, Valentina Giovagnini e molti altri ancora. Insomma, mettetevi comodi perché la chiacchierata è bella lunga.

Ciao Vincenzo, partiamo dalla tournée che ti ha visto protagonista in Sud America, com’è andata quest’avventura?

«A pensarci ora è stata un’avventura incredibile, perché siamo partiti per partecipare ad un singolo evento e poi, fortunatamente, ne sono susseguiti tanti, uno dopo l’altro. Ho avuto l’onore di fare un mio concerto e di anticipare quello di Fito Pàez, considerato in America Latina una vera e propria star da decenni. Dopo questo evento si sono accese tantissime lampadine e siamo stati scritturati per altri appuntamenti, da Pasto Narino siamo andati ad Ibaguè, dopo ancora a Baranquilla, Cartagena, Bogotà, Cali e Ladrilleros. E’ stata una bella occasione per conoscere musicisti e produttori, ho cominciato a lavorare a nuovi brani, mi piace l’idea di riuscire a donare un sapore un pochino più internazionale alle mie future produzioni».

Stando al tuo percepito, com’è l’accoglienza che viene riservata alla musica italiana oggi? E’ ancora così calorosa come lo era dieci o venti anni fa?

«Credo che ci sia ancora attenzione per il prodotto originale, dalla mia ho avuto la fortuna di presentare un album dove all’interno ci sono brani in sintonia con il loro gusto, come “Il mio primo giorno dell’estate” o “La mia canzone per te”, dotati di una melodia un po’ più larga e un testo intimo che parla d’amore. Al tempo stesso, soprattutto in Colombia, c’è una grande attenzione anche alla contemporaneità, basti considerare artisti come Shakira, Maluma o J Balvin, riconosciuti universalmente anche a livello internazionale. Per questo motivo, nel mio disco sono stato attento a sposare codici anche contemporanei, senza disdegnare la nostra identità e le principali caratteristiche che ci hanno portato ad imporre il nostro bel canto in giro per il mondo».

A un anno di distanza dall’uscita di “Credo”, qual è il tuo personale bilancio? Com’è stato accolto?

«Sono molto contento dell’accoglienza che è stata riservata a quello che, di fatto, è stato il primo. Dopo tanti anni come autore non pensavo nemmeno di poter avere questo tipo di opportunità, che mi è stata concessa da Renato Zero, quasi forzandomi, perché nutrivo una sorta di pudore nel presentarmi in una nuova veste, quasi passando da una parte all’altra, poichè poteva sembrare un atteggiamento quasi presuntuoso, un voler far tutto. Oggi mi sento di dover ringraziare Renato per avermi incoraggiato a rimettermi in gioco in modo diverso. Mi sento molto appagato dal giudizio della critica, la stampa mi ha riservato una bella accoglienza, per il resto sono ancora in una fase di posizionamento, non pretendo di essere primo in classifica o di ottenere chissà quali numeri. Mi piace l’idea di iniziare un nuovo percorso in un’età non proprio da ragazzino, questa è stata la molla che mi ha spinto a provarci ripartendo da zero, perché mi ricollega alle prime motivazioni di quel Vincenzo diciassettenne che andava al Folkstudio ad incidere le sue prime canzoni».

E’ online il videoclip di “Prima di qualunque amore”, bellissimo brano impreziosito dalle immagini tratte dal cortometraggio “I sogni appesi” di Manuela Tempesta, che affronta un tema importante e purtroppo molto attuale come la violenza sulle donne. Secondo te, in questa società così distratta e superficiale, l’arte ha ancora il potere di porre l’accento su questo genere di messaggi?

«Se le viene concesso un minimo di spazio, credo che l’arte abbia ancora questo potere. Ho iniziato a fare questo lavoro in un momento in cui la canzone aveva ancora la forza autonoma di sollevare coscienze, mi viene in mente quando De Gregori cantava “Viva l’Italia” o alla radio passava “Sotto il segno dei pesci” di Venditti, cioè… si muoveva l’aria, si avvertiva la forza di questi messaggi. Credo che oggi a comandare siano le immagini, più delle parole, basti pensare alla forza di Instagram, per cui quando mi è stato proposto di partecipare a questo corto ho accettato subito, anche se “Prima di qualsiasi amore” non è stata scritta con questo intento, nel senso che non parla di violenza sulle donne, ma è un omaggio sentito e profondo nei confronti delle figure femminili alle quali sono molto legato.

Il risultato mi piace molto, perché dona all’argomento un risvolto positivo, sottolineando la forza e la passione di tutte le donne, la possibilità di rompere queste catene e ribellarsi a qualsivoglia tipo di brutalità. Per tornare alla tua domanda, penso che l’immediatezza dell’immagine abbinata alla musica possa fare ancora qualcosa, non è un caso che l’arte sia stata un pochino relegata a materia d’intrattenimento, perché è sparita dalle scuole e non rientra più nei programmi ministeriali, quasi come se si volesse in qualche modo devitalizzare tutto ciò che possa sfuggire ad una sorta di controllo. Credo che chi gestisce l’intero sistema abbia ragionato su questo, mettendo il freno a tutto ciò che può rivelarsi poco gestibile, per cui la vita dell’artista è molto più dura rispetto agli anni ’60 e ’70».

Facciamo un tuffo indietro nel tempo, partiamo dal principio, da quel Vincenzo diciassettenne che mi raccontavi prima. C’è stato un momento in cui hai capito di preciso che tu e la musica eravate fatti l’uno per l’altra?

«Guarda, io ho avuto veramente una sorta di chiamata in questo senso, pur avendo sempre vissuto a contatto con l’arte, perché mio padre è un musicista ed è ancora in esercizio nonostante abbia novant’anni, a breve partirà per il Giappone con il suo clarinetto (sorride, ndr). La sua figura l’ho sempre percepita come una sorta di muro invalicabile, ricordo ancora le bacchettate sulle mani e i rimproveri, per cui ho cercato un territorio alternativo, anche per sfuggire ad un controllo familiare un po’ troppo severo e rigido. Ho trovato il mio rifugio scrivendo canzoni, un canale che mi ha permesso di esternare tutto quello che non riuscivo a dire agli amici, alle ragazze, ai compagni di scuola, al mondo che avevo intorno. Ho intuito subito la forza di questo veicolo, cominciando a coltivare questa grande passione ».

Hai lavorato con numerosi artisti di prestigio, tra questi ho scelto cinque incontri che, secondo me, sono molto importanti. Partirei in ordine cronologico da Michele Zarrillo, con lui hai composto pezzi che reputo memorabili, tra questi ce n’é uno a cui sei particolarmente legato?

«Sì, essendo nato tra di noi un rapporto di profonda amicizia ci veniva molto facile scrivere. Quando abbiamo messo in piedi “L’elefante e la farfalla” mi è sembrato di aver tradotto la sintesi di tutto quello che ho sempre voluto mettere all’interno di una canzone, dalla poesia al significato, passando per la metafora, un po’ tutti i codici che mi hanno sempre appassionato all’interno della storia della canzone d’autore italiana, da De Andrè a De Gregori, da Battiato a Dalla. Questa è la canzone a cui sono più legato, quella che reputo anche tecnicamente tra le più riuscite».

Tra gli incontri di passaggio c’è Lucio Dalla, con cui hai scritto “Rispondimi”, presente nell’album “Henna” del ’93. C’è una sua caratteristica che, secondo te, emerge di meno ogni volta che si parla di lui? Un aspetto che hai colto e che ti ha colpito particolarmente?

«In assoluto la sua grande umiltà, la capacità di mettersi da parte. Pur avendo fatto una sola canzone con lui, il rapporto è stato un po’ più largo perché ci siamo frequentati parecchio mentre stavo lavorando al disco di Tosca. Ho conosciuto l’anima di Lucio anche attraverso i racconti degli amici musicisti che abbiamo in comune, in modo particolare Ron. Tornando alla caratteristica che più mi ha colpito, ho sempre notato da parte sua una grande disponibilità, un’apertura totale nei confronti di tutti, sia per il più grande artista che per il ragazzino di turno, come potevo essere io all’epoca del nostro incontro. I rapporti per lui sono sempre stati paritari, questa è la peculiarità che mi ha sempre affascinato della sua persona».

Poi, naturalmente, c’è Renato Zero. Mi racconti com’è avvenuto il vostro incontro?

«Volentieri. Ci siamo visti la prima volta al compleanno di Antonello Venditti, Renato si è complimentato con me per “Cinque giorni”, che era uscita da poco, e mi ha chiesto di lasciargli il numero perché avrebbe voluto parlarmi di alcune cose. Dopo qualche giorno mi ha chiamato e invitato a casa sua, diciamo che l’incontro è stato abbastanza spaventoso, perché mi ha accolto e portato subito in una stanza dove c’era un registratore a cassette su cui era incisa una musica di Maurizio Fabrizio. Renato mi ha chiuso dentro la stanza, dicendomi che sarebbe tornato dopo tre ore e che era curioso di vedere cosa sarei riuscito a scrivere in quel lasso di tempo. Ho passato la prima ora nel panico più completo, scrivevo e buttavo, poi mi sono venite di getto le prime cose. Quando è tornato a scarcerarmi (sorride, ndr), mi ha portato il caffè e mentre girava lo zucchero ha cominciato a buttare lo sguardo ai fogli e a quello che avevo scritto, fortunatamente molte cose gli sono piaciute. Così è nata “L’impossibile vivere”».

Il quarto nome è quello di Valentina Giovagnini, raccontami qualcosa di lei, perché c’è bisogno di ricordarla molto di più di quanto si è fatto sino ad oggi…

«Ma, guarda, la sensazione al primo incontro è stata sin da subito quella di trovarmi davanti ad un’entità quasi di un altro mondo, dotata di una tenerezza unica. Con il suo produttore Davide Pinelli abbiamo affrontato quel Sanremo con un po’ di paura, il suo modo di fare così in punta di piedi ci preoccupava, soprattutto in un contesto del genere. Poi ha cantato e ha mostrato tutta la grinta e il suo un talento incredibile, nonostante molte case discografiche e diversi addetti ai lavori avessero reputato “Il passo silenzioso della neve” una canzone non consona al Festival. Il brano si è classificato al secondo posto, per soli ventuno punti di scarto e, forse, ha ottenuto più successo commerciale di quello che ha poi vinto la categoria giovani. Eppure, negli anni successivi, ci siamo presentati più volte a Sanremo, ma puntualmente venivamo scartati. Dopo aver superato una serie di reticenze di Valentina, l’abbiamo convinta a tentare di partecipare a Music Farm, ma dopo il provino ci è stato detto che non era abbastanza litigiosa, inadatta per un programma televisivo, troppo seria e professionale, quindi non era materia da corrida mediatica.

Il sistema è stato questo, ci hanno contattati solo dopo la scomparsa, probabilmente per speculare su questa tragedia, ma la famiglia ha sempre preferito tenersi lontano da questo genere di cose. Non riesco veramente a rassegnarmi alla sua scomparsa, mi piace pensare che Valentina oggi abbia 39 anni e che continui a crescere, ho cercato di esorcizzare questa cosa scrivendo un libro su di lei e portando avanti, per come posso, il suo ricordo. E’ difficile accettare una cosa del genere, la cosa che più mi dispiace è che ha aperto una strada che successivamente è stata molto battuta da tanti artisti qui in Italia, questo sperimentare la musica irlandese mescolandola all’elettronica, riascoltando l’album “Creatura nuda” oggi risuona sempre modernissimo, sia artisticamente che umanamente mi manca moltissimo».

Il quinto nome che ho scelto è quello di Sergio Endrigo, con lui hai firmato il suo ultimo inedito, anche qui la storia è analoga, anche se stiamo parlando di un artista che ci ha regalato pagine meravigliose di musica italiana. Cosa ti la lasciato questo incontro?

«E’ stato bellissimo, un altro personaggio dotato di grande sensibilità e umiltà, anche lui non sarebbe potuto sopravvivere in questo sistema discografico, che già vent’anni fa era profondamente e drasticamente cambiato. L’incontro è avvenuto in un bar di Piazza Mazzini, lui si è presentato con il testo battuto a macchina di “Altre emozioni”, era da tanto tempo che non scriveva nulla, quasi con pudore mi ha mostrato il foglio. Mi sono messo subito al suo servizio, quando l’ha sentita la prima volta al completo si è commosso, al punto da ridonargli una nuova energia, ritrovando la voglia di tornare a scrivere. Poi, purtroppo, qualche mese dopo è morto. La cosa che più mi ha addolorato è che dopo la sua scomparsa si è scatenato il solito momentaneo sciacallaggio, per poi riprendere questo ingiusto e poco doveroso silenzio». 

Il sesto ed ultimo nome lo lascio scegliere a te, c’è un altro incontro che ti ha trasmesso qualcosa d’importante?

«Beh, ce ne sono tanti. Sicuramente quello con David Zard è un incontro che mi ha aperto orizzonti importanti. Per me era una figura mitologica al pari di un argonauta o di qualsivoglia supereroe della Marvel, perché ha avuto il potere di realizzare cose incredibili, per certi versi pure inimmaginabili, dal riuscire a portare in Italia personaggi come Michael Jackson o i Rolling Stones, ai suoi ultimi colossali musical. Quando la PFM mi propose per scrivere il musical “Dracula”, mi accolse con una certa diffidenza, dopo aver letto il primo testo ha cominciato a trattarmi come un figlio, tra noi il rapporto è cresciuto e si è sviluppato al di là della collaborazione lavorativa».

Tra le nuove leve, ci sono artisti o autori che ti piacciono particolarmente?

«Mi reputo un ascoltatore molto attento di tutto ciò che funziona attualmente, bisogna sempre calibrare con attenzione prima di esprimere un parere, perché mi ricordo quando mio padre parlava male di De Gregori e non capiva il nuovo linguaggio dei cantautori. Riguardo alla musica di oggi non dobbiamo essere troppo frettolosi nel giudizio, a proposito dell’indie mi piace questo tipo di asciuttezza sia nei testi che nella musica, ma non mi fanno impazzire le cose che vanno per la maggiore, le reputo un po’ troppo facili. Seguo ed apprezzo Diodato, i Canova, Fulminacci, c’è una sorta di coscienza che sta rinascendo, si sta recuperando il valore della gavetta e del saper suonare uno strumento».

Hai partecipato ad otto annate del Festival di Sanremo, scrivendo in totale undici pezzi che fanno parte in maniera considerevole della storia della kermesse. Manchi dal 2007, potremmo riascoltare qualcosa di tuo in futuro?

«Mi piacerebbe, il problema fondamentale è stato che, dopo l’estinzione del rapporto con Zarrillo, ho sempre lavorato con artisti che a Sanremo non ci vogliono andare, vedi Renato Zero o la PFM, per cui è difficile trovare occasioni di collaborazioni finalizzate ad una candidatura al Festival. Negli ultimi anni, poi, mi sono concentrato sul teatro e sulla scritta dei brani per il mio disco, ma chissà, mi piacerebbe tornarci, ci pensavo anche io qualche tempo fa, non sarebbe male pure partecipare in gara. Vista l’età, purtroppo, non di certo nella categoria giovani (ride, ndr)».

Per concludere, qual è la lezione più importante che credi di aver imparato in tutti questi anni dalla musica?

«Molte volte mi capita di fare degli stage per i ragazzi, quello che dico sempre loro è cercare di coltivare la nostra intima differenza, ossia sforzarci ad essere unici, originali, senza dare troppo peso a quello che c’è intorno. Capisco che, oggi come oggi, sia sempre più difficile non strizzare l’occhio verso qualcosa che funziona e non seguire una scia segnata già da qualcun altro. Per quanto mi riguarda, ogni volta che ho sfiorato la parola successo l’ho fatto sempre con un progetto in cui al suo interno c’erano elementi di novità, un’esempio per tutti è “Cinque giorni”, in molti mi avevano consigliato di modificare il testo per togliere alcune parole che, col senno di poi, sono state quelle che hanno fatto la differenza, tipo “non cicatrizzi mai”, oppure “aiutami a distruggerti” perché l’accento sull’ultima sillaba non andava bene, ma poi è arrivato Pezzali che ha sdoganato gli accenti nelle canzoni (sorride, ndr). Questo per dire che se cerchi di fare qualcosa di nuovo, se usi parole che non si sentono abitualmente in un modo abbastanza inusuale, secondo me, alla lunga ti regala una certa riconoscibilità. L’originalità sarà sempre considerata come una qualità».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

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