A tu per tu con l’artista veneta, in occasione del lancio del suo quarto disco “Bonsai (come fare le cose grandi in piccolo)”

A pochi mesi di distanza dalla nostra precedente chiacchierata, ritroviamo con piacere Chiara Galiazzo per parlare del suo nuovo album intitolato “Bonsai (come fare le cose grandi in piccolo)”, disponibile a partire dallo scorso 3 luglio. Un lavoro bello compatto che racchiude al suo interno un importante senso musicale, testuale, estetico e motivazionale, a metà tra la concretezza e la profondità spirituale. Anticipato dai singoli Pioggia viola, L’ultima canzone al mondo, Honolulu e Non avevano ragione i Maya, in questo progetto viene fuori la vera essenza dell’artista veneta, a perfetto agio tra ballad e tracce più sperimentali.

Ciao Chiara, bentrovata. “Bonsai (come fare le cose grandi in piccolo)” è il titolo del tuo nuovo album, cosa rappresenta per te?

«Ho sempre dovuto pensare un sacco ai titoli dei miei album, soprattutto per quelli precedenti. “Bonsai (come fare le cose grandi in piccolo)”, invece, mi è uscito spontaneamente e di getto, in un attimo ho avuto come un’epifania, sono riuscita a riassumere in una frase questi ultimi due anni di lavoro. E’ un disco che ho pronto ormai da diversi mesi, ma non ho mai avuto alcuna perplessità sul titolo, che per me assume un significato metaforico, perché il bonsai è una pianta piccola che ha bisogno di cura e attenzione, un concetto che si può adattare alla nostra vita di tutti i giorni. Già con con il mio precedente album ho cominciato a recuperare il motivo per cui ho scelto di intraprendere questo percorso, mi sono resa conto che a volte puoi dimenticartelo, dipende dai periodi e dalle cose che capitano. “Nessun posto è casa mia” è il primo disco che avrei fatto se non avessi partecipato ad un talent, questo segue la stessa scia. Mi piace l’idea di realizzare un album che abbia un senso d’essere anche nell’insieme, non soltanto in ogni singola canzone».

Questo è un disco molto pensato che, di conseguenza, fa riflettere anche chi lo ascolta. Quali consapevolezze pensi di aver maturato durante la lavorazione di questo progetto?

«Che ci vuole tanta pazienza nella vita, personalmente nella musica ne ho sempre messa tanta, soprattutto se pensiamo ai miei esordi, per ben otto anni ho fatto tantissimi provini e non mi hanno mai preso. Mi rendo conto che se non avessi avuto tutta quella pazienza non mi sarei ritrovata nel posto giusto al momento giusto, bisogna sempre resistere anche se gli altri ti dicono che sei pazzo. Spesso succede, mi era capitato anche all’epoca, mi dicevano “smetti di provarci perché sei vecchia”, considera che avevo ventisei anni. Robe assurde, perciò la resilienza è fondamentale. “Bonsai” è il primo album che spiego così tanto e sono contenta di farlo, perché vorrei che trasmettesse molti spunti di riflessione, al suo interno ci sono un bel po’ di mie esperienze personali, sono stata fortunata a poter scrivere e collaborare con autori bravi e sensibili».

“Non avevano ragione i Maya” è il singolo che accompagna l’uscita del disco. Nella vita di tutti i giorni, tendi più a seguire l’istinto o a farti qualche calcoletto in più giusto per avere le cose sotto controllo e sentirti a tuo agio?

«In realtà questo è un mio grosso problema, perché ho il 100% di entrambe le cose che si scontrano continuamente all’interno del mio cervello. Da un lato sono laureata in economia, dall’altro costruisco casette, per cui tendo a seguire sia la ragione che l’istinto, entrambi eccessivamente, al punto che a volte sembro un po’ strana per via proprio di questo conflitto interiore. La musica è l’unico tallone di Achille che ho, nel senso che non riesco a fare calcoli, mi lascio trasportare totalmente da lei».

Un disco che esce d’estate, in un’estate che non sarà come le altre, personalmente come te la immagini?

«L’album doveva uscire un po’ prima però per il Covid è stato posticipato, poi a un certo punto ci si è chiesti quale fosse il momento giusto, ma secondo me non lo era mai. Volevo uscire il prima possibile perché avevo voglia di raccontare questo lavoro, così come di dedicarmi al prossimo futuro iniziando a scrivere nuove canzoni. Sicuramente la mia sarà un’estate italiana, non ho ancora prenotato nulla al momento, anche perché vedo che annullano voli, quindi non ho voglia di prendermi alcun tipo di stress. Mi piacerebbe andare a trovare persone che non vedo da un bel po’ di mesi, ho un sacco di amici che non incontro da tanto. Sai, quando ti viene privato qualcosa capisci la sua importanza, per cui in questo momento la mia vacanza ideale sarebbe andare in montagna con i miei genitori (sorride, ndr), sarebbe un sogno».

Sono stati fatti un sacco di appelli nei confronti dell’intera categoria, come pensi ne potrà uscirà l’industria musicale dalle conseguenze della pandemia?

«Credo che, come in tanti altri settori, a causa di questa situazione stiano uscendo dei problemi preesistenti, magari anche la semplice mancanza di tutele per i lavoratori impegnati dietro le quinte, quando succede un patatrac i nodi vengono al pettine. Spero che questa sia una possibilità per migliorare, sistemare un po’ di cose per il futuro, questo vale per l’ambiente musicale ma non solo. Sicuramente ci siamo resi conto che qualsiasi lavoro che ha a che fare con l’arte non è considerato un mestiere serio al pari dell’avvocato o del commercialista, io lo so benissimo anche perché tutti i miei amici che svolgono questo tipo di mansioni mi dicono: “adesso quando cominci a lavorare?”. Io stessa ho dovuto capire e mi sono dovuta convincere che, anche se mi piace, questo è un mestiere vero e proprio (ride, ndr). Diciamo che culturalmente si tende a svalutare e a considerare l’attore, il ballerino e il cantante più come hobby che come un mestiere. A questo si deve il mancato repentino intervento».

Sotto diversi punti di vista, è indubbio che la società pre-Covid stesse affrontando un lungo momento di freddezza sociale, di rincorsa alle cose futili. Qual è l’augurio che ti senti di rivolgere alla comunità del futuro? Cosa speri che questa situazione estrema di difficoltà ci abbai insegnato?

«Personalmente credo che noi esseri umani abbiamo un grosso problema di cui dovremmo preoccuparci, ovvero l’ambiente, che temo possa essere molto più pericoloso di quello che abbiamo appena passato. Mi auguro che si diventi più consapevoli riguardo le nostre azioni, sulle scelte alimentari, sulle scelte di vita, anche le più piccole.  Bisogna che ci svegliamo, che prendiamo maggiore consapevolezza, non è possibile ascoltare un presidente che nega che l’Amazzonica bruci, non possono esserci certe cose perché veramente ci rimettiamo tutti. In tal senso, “Bonsai” è un album dedicato alle persone a cui vogliamo bene, ma anche la casa delle persone a cui vogliamo bene è ugualmente importante».

Per concludere, a proposito di insegnamenti, qual è la lezione più importante che senti di aver appreso dalla musica in questi anni ?

«Beh, guarda, devo ammettere che questa è una domanda difficile per me perché lo considero un rapporto odi et amo. La passione è rimasta sempre la stessa, già da piccolissima volevo fare la cantante, per cui non ho avuto un momento di consapevolezza, sono nata così. D’altra parte, quando le cose diventano più grandi vengono fuori una serie di dinamiche che a volte posso essere belle, a volte meno belle, a volte farti anche soffrire perché intaccano la tua passione. La musica mi ha insegnato a resistere, ma anche a battermi per seguire la mia strada».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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