Le conseguenze economiche colpiscono anche il mondo della musica

Che la situazione determinata dall’emergenza sanitaria del Coronavirus sia grave ed abbia già determinato un enorme danno economico al tessuto produttivo del nostro Paese è un’evidenza che sta sotto gli occhi di tutti. Anche il mondo dell’industria e dell’arte musicale, naturalmente, ne è stato colpito anche se ha tentato immediatamente di rispondere lanciando diverse iniziative social come #lamusicanonsiferma (qui) che, però, non hanno alcuna sostanziale rilevanza economica per le migliaia di persone che proprio di questo vivono. Di tutto questo e molto altro ne abbiamo parlato con Maurizio Scandurra, giornalista, critico musicale e imprenditore, nonché saggista appassionato di sociologia e indagatore dei fenomeni di massa inerenti i meccanismi sottili legati alle variabili del comportamento umano, riletti tutti alla luce dei meccanismi della storia e delle sue continue evoluzioni.

Stiamo vivendo settimane complicate per tutti e anche la musica non fa eccezione. Quale lettura possiamo dare a proposito dello stato di salute del settore musicale al cospetto di questa emergenza sanitaria che, ovviamente, ha già bloccato tutto quello che si poteva fermare?

<<Come in ogni economia di scala a farne le spese sono sempre i più deboli, i punti ultimi della schiera, coloro che occupano i gradi più bassi. Anche nella musica, che non viene meno a questa legge universale, vi sono delle vittime. Basti pensare soltanto a tutto il mondo del backstage, del dietro le quinte: la produzione di uno spettacolo comporta maestranze e professionalità diverse che, pur stando nell’ombra, contribuiscono ad accendere i riflettori della ribalta su di un protagonista che poi calca le scene. È ovvio che in un contesto drastico e drammatico come quello del Coronavirus che interrompe brutalmente – come una guerra improvvisa assolutamente reale e non da cinema – le vite di tutti, anche costoro ne fanno le spese>>.

Di che tipo di soggetti economici parliamo?

<<Si tratta, per la maggior parte, di figure che lavorano con contratti di natura temporanea anche perché legati al ciclo delle stagioni che, per quanto concerne lo scenario musicale, sono essenzialmente due e ruotano attorno ai tour invernali ed estivi. E sono soprattutto questi ultimi, che grosso modo vanno da maggio a settembre, a determinare circa l’80% della liquidità annuale con cui un musicista o un tecnico di palco piuttosto che un fonico, uno show designer o un attrezzista compongono il proprio budget annuale. È ovvio che l’interruzione repentina – senza alcuna possibilità di ripresa immediata e con fermo prolungato – di giro di concerti programmati determina un crollo spaventoso della liquidità per questi soggetti. Senza contare che questi stessi lavoratori sono sottoposti a un’altra tragedia, sotto il profilo economico personale: i contribuiti previdenziali vengono loro versati solo dopo aver reso la prestazione professionale. Logico, dunque, che il danno divenga doppio: c’è nell’oggi perché viene a mancare il capitale di uno stipendio per far fronte alle necessità quotidiane, ma anche nel domani in quanto un minor versamento pensionistico farà sì che sarà più difficile raggiungere i tetti di soglia attraverso cui ambire in vecchiaia a corrispettivi mensili dignitosi. Precaria vita oggi, precaria vita domani>>.

Sono spesso lavori multi-faccia che obbligano ad operare su più fronti per arrotondare lo stipendio. E’ così?

<<Non dobbiamo dimenticare che queste persone, quando non sono impegnate in degli spettacoli con dei grandi nomi della musica con cui magari hanno contrattualizzato 40/50 date dal vivo (con dei minimi garantiti che in questo caso, ovviamente, rischiano magari di abbassarsi, data la contingenza straordinaria che probabilmente comporterà la possibile rinegoziazione delle pattuizioni in essere) hanno sempre la possibilità di godere di alcuni day-off – giorni di riposo propriamente detti – per i quali, già per tempo, magari ogni musicista-turnista può prevedere e organizzare attività integrative e complementari extra, dando la propria disponibilità, ad esempio, per eventi legati a piano bar, gruppi e cover band, ecc. Il crollo del mercato della musica è totale: dalle grandi tournée negli stadi alle semplici serate nei ristoranti>>.

Parliamo per un momento di numeri: gli artisti, ovviamente, sono i più tutelati da un punto di vista economico perché la musica, nonostante tutto, si continua ad ascoltare, le radio continuano a trasmettere, le TV passano canzoni su canzoni e quindi gli incassi sulle royalties sono garantiti per loro. Qual è la differenza con tutti gli altri lavoratori del settore musicale?

<<L’artista, in questi casi, è colui che cade sempre in piedi perché, appunto, fruisce per lo più di diverse forme d’entrata. Parlando dei tour, mediamente un concerto di un cantante nazionalpopolare, di quelli che solitamente fanno un Sanremo ad anni alterni, costa tra i 10 e i 20 mila euro così ripartiti: dai 2 ai 5 mila euro di cachet a data per l’artista. Ovviamente tutto il resto viene ripartito in proporzioni diverse fra service audio-luci, l’agenzia organizzatrice, il gruppo dei musicisti al seguito e varie ed eventuali spese che sempre intervengono. Il cantante, è chiaro, con un tour ben nutrito percepisce dei guadagni che gli consentono di creare accantonamento e riserva nel proprio conto economico: vale a dire, riesce a mettersi un bel gruzzolo da parte anche per spese straordinarie. Idem per le società di management che, insieme all’artista, costituiscono il binomio cui spetta in bilancio la fetta più grossa dei ricavi. No assoluto, nella maggior parte dei casi, per i musicisti e i tecnici che incassano, pagano, incassano, pagano, per i quali ben più difficile fare un risparmio di somme consistenti. Sono soggetti economici che faticano, data la crisi in atto, strutturale e di sistema, a lavorare sulle riserve spendendo, dunque, in conto corrente e non in conto capitale: esattamente come funziona per qualsiasi piccola e media impresa italiana. Mai come oggi, specialmente>>.

Due situazioni, dunque, totalmente diverse…

<<Il concetto è che il cantante percepisce di più di ogni altro nelle tournée (lo segue a ruota il manager). Ma il cantante, a differenza delle altre figure, può accumulare ricchezza e pertanto pianificare investimenti sul lungo periodo. Oltre a tutto ciò il cantante percepisce, però, anche i diritti connessi legati alla produzione fonografica delle proprie canzoni (le royalties del disco, dello streaming, del download, dei passaggi televisivi…) ed il diritto d’autore, inalienabile, che di fatto è un vitalizio a tutti gli effetti. E, poi, vanno incluse tutte le diverse monetizzazioni digitali: i canali YouTube, i social network, le sponsorizzazioni per beni, prodotti, brand e servizi reclamizzati… Tutto questo, il piccolo musicista o tecnico non lo può fare: e si deve affidare unicamente ai diversi tour, alle serate nei locali. O, magari, a qualche lezione in accademie o scuole musicali, che permettono a loro modo comunque di poter provare ad arrotondare>>.

Sarebbe possibile quantificare in una percentuale il danno economico derivato dalla sospensione dei concerti per un cantante?

<<A differenza degli anni ’80 e ’90 dove ancora era possibile dare vita a carriere artistiche fondate su milioni di dischi venduti che producevano utili ingentissimi rispetto al momento presente, oggi si è invertita la logica facendo sì che i cantati vivano di live piuttosto che dalla diffusione fonografica delle proprie opere, ormai totalmente in mano ad aziende informatiche titolari di questa o quella piattaforma di streaming o download che nulla hanno a che fare con l’arte e la musica. Nel bilancio di un’artista di fama, nel 2020, la perdita dei concerti, se si desidera a ogni buon conto voler assegnare una percentuale in valore assoluto computata su di un arco annuale, ritengo si aggiri fondatamente attorno al 75% del budget annuo dell’azienda-cantante>>.

E’ possibile approfondire questo aspetto?

<<Se si vuole approssimare qualche calcolo si può dire che, nell’arco temporale di un anno in condizioni normali, il valore assoluto dei tour e degli spettacoli dal vivo potrebbe a buon diritto essere, nel suo complesso, indicato in una media di almeno 600 milioni di euro l’anno, come per lo più dichiarano le maggiori e stimate associazioni di categoria dei produttori di musica dal vivo, includendo altresì quegli artisti di fascia alta che sono soliti esibirsi nei grandi stadi o nei Festival più prestigiosi: per i quali, ovviamente, i numeri crescono di molto, perché scatta anche la componente del cosiddetto ticketing, dei biglietti a pagamento. Considerando invece ‘live’ anche tutta la filiera – minore per volumi, ma non di certo per importanza – di tutto quel fertile e rigoglioso sottobosco artistico rappresentato da orchestre di liscio, teen-band, gruppi musicali dai 2 elementi in su, deejay, artisti da pianobar per dirla con Francesco De Gregori, e così via, logico ipotizzare che il dato possa crescere ancora di un po’. L’Italia è tra i maggiori produttori al mondo nel mercato dei live, e staziona spesso intorno al sesto posto nelle classifiche globali su questo versante. E nel caso di specie, citando letteralmente a dovere da un suo profondo editoriale di questi giorni l’amico e collega critico musicale Lele Boccardo, Direttore di Zetatielle.com, “Cristo si è fermato a Sanremo”>>.

Passiamo, dunque, al concreto: rispetto a quanto già è stato fatto lo Stato può permettersi di pensare delle altre misure per arginare i danni economici che l’intero settore musicale sta registrando? E che tipo di misure potrebbero essere?

<<Prima di rispondere alla tua domanda, permettimi di dire che nella filiera della musica non sono tutti musicisti o artisti iscritti alla SIAE ma ci sono anche tecnici, autisti, fonici. Il fondo destinato ai lavoratori dello spettacolo previsto dal decreto ’Cura-Italia’ appare largamente insufficiente a fare fronte alla nuova voragine. Moltissimi di loro sono persone che lavorano con partita IVA e rientrano in quel gruppo fatto di 5 milioni di lavoratori a cui dovrebbero essere destinati gli aiuti che vengono indicati nella forma d’indennizzo di 600€, una tantum o mensile, a seconda di quel che accadrà nelle prossime settimane: che, però, pone diversi paletti, e sul quale ancora non si è in grado di capire, al momento in cui parliamo, quali siano le disposizioni attuative per attivarlo>>.

Come fare, allora, per venirne fuori?

<<L’Italia, essendo un Paese basato su turismo e cultura, dovrebbe provvedere almeno allo stanziamento di almeno un paio di miliardi per il settore musicale. Lo so che forse qualcuno mi prenderà per matto, leggendo, o per populista – categoria che ho sempre ignorato e ripudiato – ma, non potendo prevedere l’andamento della pandemia pur riuscendo a stimare grossomodo quanti siano gli addetti che rimangono a bocca asciutta, per coprire almeno l’80% del fabbisogno questi occorrerebbe ipotizzare un volume del genere. Ovviamente, per ‘mondo musicale’ intendo un settore ad ampio raggio: da chi stacca i biglietti alla cassa, fino a chi monta il palco e alla produzione completa>>.

Oltre allo Stato, chi altro potrebbe intervenire in sostegno dei lavoratori?

<<Ritengo che la SIAE potrebbe anche prevedere un’indennità anche temporanea, soprattutto per quegli iscritti dagli incassi minori. Si potrebbe valutare di considerare, come requisito di partenza, i modelli unici degli eventuali aventi diritto per vedere quali sono le soglie di sofferenza, predisponendo scaglioni di indennizzo per sopperire alla necessità di liquidità>>.

Una situazione d’emergenza anche per tutta la filiera musicale in senso lato.

<<È ovvio che il danno non riguarda soltanto la musica dal vivo, ma l’industria tutta: gli studi di registrazione devono spostare le prenotazioni legate ai dischi già programmati o iniziati per pubblicarli dopo l’estate o intorno a Natale. Questo impatterà anche sul prossimo Festival di Sanremo perché, al momento, non è nemmeno da dare per scontato che si potrà fare una nuova edizione: già solitamente si arriva sotto data per prepararsi con le nomine di conduttore, direttore artistico, commissioni e regolamento. Figuriamoci poi in un momento del genere in cui, magari, non si ha nemmeno lo spirito umano per comporre una canzone, ancor prima di produrla. Pensiamo, poi, anche ai giovani autori che in questo momento non possono fare i diversi campus con gli editori delle principali case discografiche per ritrovarsi e scrivere insieme per quel cantante o progetto. La musica che quest’anno non si produrrà, dunque, farà pagare il conto per ben due volte a chi, in questo momento, non ha la possibilità di lavorare>>.

In questi giorni tantissimi sono i rinvii di tour e spettacoli dal vivo, ovviamente, ma altrettanti sono gli slittamenti legati alle pubblicazioni di album e singoli che, nell’epoca della digitalizzazione della musica, non sono necessariamente tappe obbligate. È corretto rimandare anche tutto questo?

<<Si, è una scelta che mi trova totalmente d’accordo: se la musica già costava molto prima del Coronavirus, adesso ancor di più. Fanno bene a rinviare il tutto perché è inutile mandare on air qualcosa di cui non si può goderne lo sfruttamento economico: per il quale s’intende, ovviamente, anche la possibilità, ad esempio, di realizzare gli instore tour o, semplicemente, produrre delle copie fisiche dei dischi per i quali sono in gioco investimenti. Produrre musica costa e spesso è un investimento a perdere in tempi normali, immaginiamoci quindi come ciò aumenti esponenzialmente in un clima pandemico imprevedibile quale quello attuale. Credo sia normale e giusto che tale musica si sia guardata allo specchio, e pur con una stretta al cuore, si sia detta che era preferibile aspettare>>.

Collegato a questo, da un certo punto di vista, c’è un crollo vertiginoso degli ascolti digitali in queste ultime settimane (qui tutti i dati da noi raccolti). Un dato che appare in controtendenza all’obbligatorietà di rimanere a casa che, in qualche modo, consente di poter fruire maggiormente di un bene come la musica o la televisione. Come mai gli ascolti TV crescono e, invece, quelli musicali crollano?

<<È pacifico e assodato – all’interno di ciò che afferisce all’ambito della cosiddetta gestione del panico derivante da contesti emergenziali diffusi – che quando il mondo si trova di fronte a degli stravolgimenti epocali, le prime forme di attenzione a calare sono proprio quelle che generano piacere, incluso quello legato alla sfera emotiva e intima. Questo porta le persone a dimenticarsi di ciò che è superfluo, negandone quasi l’esistenza, e a concentrare le energie rimaste su ciò che, invece, è primario, inclusa l’informazione, per fronteggiare situazioni da stress. Messi di fronte al rischio di non sopravvivere come organismo, si elimina tutto ciò che può danneggiare la concentrazione della mente stessa, tesa invece a raggiungere l’obiettivo primario e fondamentale insieme. È naturale dunque che la dimensione, e un certo tipo di web, stiano registrando un incremento di ascolti e contatti proprio in virtù del predetto motivo. Ne scaturisce, quindi, che in un periodo storico di contingenza la musica non sia sentita da tutti come una priorità. O meglio, la si tende a cercare più sui profili social degli artisti in quanto essa si fa pretesto per la ricerca di un contatto umano all’interno di un’esperienza anch’essa di per sé informativa quale quella dei vari Facebook o Instagram, che sono ormai di fatto dai più ritenuti quali fornitori di notizie attendibili>>.

Quale scenario, invece, dopo la crisi da Coronavirus?

<<Sono del tutto convinto che presto ci ritroveremo a ripartire esattamente come l’Italia ha fatto nel ’45 dopo la guerra: erano gli anni in cui è la nata la 500, il frigorifero FIAT, la 600 e si è registrato un boom straordinario portando in scena gli anni della ‘Dolce vita’, delle pellicole di Fellini, dei settimanali storici come ‘Epoca’ e di tutto ciò che dimostrava appieno, per dirla con Mameli a voler restare in tema musicale, che “l’Italia s’è desta”. Questa crisi è di fatto, come tutte le cadute della storia, una grande opportunità per chi saprà guardarla con occhi nuovi ed uscire dalla propria comfort-zone anche a costo di pagare un prezzo alto nell’immediato. Anche nella musica, passata la buriana, ci sarà ancora più voglia di stringersi sotto i palchi e cantare a squarciagola>>.

A tal proposito qual è il tuo pensiero legato al fenomeno sociale dei balconi?

<<Senza voler pubblicare giudizi, credo che sia un po’ qualunquista e fuori luogo l’atteggiamento di chi, in qualche maniera, assegna a questi momenti di aiuto e sostegno collettivo da un balcone all’altro gli stessi gesti e la stessa ritualità che, invece, sono propri di ben altri tipi di situazioni in cui c’era davvero motivo di gioire: come nel caso dei carnevali, delle feste di piazza o di via, o dei Mondiali di calcio. Francamente, anziché accendere delle luci al di fuori delle proprie abitazioni o sulle pertinenze estreme delle medesime, la luce andrebbe cercata o quantomeno accesa dentro di sé. Prendendo spunto dal fatto che, in questi tempi bui, l’uomo non basta a sé stesso e che, forse, c’è davvero bisogno di ritrovare un contatto anche con la dimensione del Trascendente, al di là del credo personale di ciascuno. Questo è il tempo della fragilità, dell’umana debolezza tra le dita di Dio che dimostra come l’essere umano – che la tecnologia diabolica, illusoria e fuorviante fa apparire come un gigante, un ciclope – in realtà possa essere imprevedibilmente sconfitto da una particella ignota e invisibile>>.

Ci sono dei possibili risvolti positivi per quanto riguarda lo scenario musicale?

<<Quando interviene una crisi mondiale, quello che ne segue è sempre una nuova redistribuzione della ricchezza: che prende spunto dall’azzeramento, entro certi limiti, di quello che c’è stato prima. Oggi l’accesso alla musica ha dei costi, e la produzione musicale ne ha degli altri: è naturale che qualcuno che non lavora attualmente e che vuole rimettersi nel mercato nel momento in cui riprende l’opera dovrà attuare delle politiche di prezzo più vantaggiose. Vince chi ha coraggio, strategia. E soprattutto, onestà: verso sé stesso, gli altri. Verso tutti>>

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Ilario Luisetto

Direttore di "Recensiamo Musica" e suo fondatore dal 2012. Sanremo ed il pop (esclusivamente ed orgogliosamente italiano) sono casa mia. Mia Martini è nel mio cuore sopra ogni altra/o ma sono alla costante ricerca di nuove grandi voci che possano accompagnarmi.

Di Ilario Luisetto

Direttore di "Recensiamo Musica" e suo fondatore dal 2012. Sanremo ed il pop (esclusivamente ed orgogliosamente italiano) sono casa mia. Mia Martini è nel mio cuore sopra ogni altra/o ma sono alla costante ricerca di nuove grandi voci che possano accompagnarmi.

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