C’è vita dopo la trap? – ULTIMA PUNTATA

Viaggio all’interno di un mondo diventato ormai una solida realtà dello scenario musicale italiano

Ciao sono Nico, ho cominciato con qualche pezzo della Dark Polo Gang e, oggi, sono quattro settimane che non ascolto musica pop: niente di niente, nemmeno un brano commercialmente reggaeton. Posso affermare di essere arrivato indenne alla fine di questo esperimento sociale o, per lo meno, senza troppi disturbi o controindicazioni. Per avere maggiore padronanza dei dogmi di questa epoca, ho deciso di sacrificarmi per il bene della scienza immolandomi per la causa e sottoponendomi a questo inedito esempio di rubrica-verità, ascoltando solo musica trap per quattro (lunghissime) settimane consecutive.

Cosa ho capito? Niente di nuovo in realtà. Ho solo confermato quello che già sapevo: che la musica è bella perchè è varia e, soprattutto, molto soggettiva. In questo ultimo mese ho alimentato la mia personalissima conoscenza della trap, ma non per questo ho smesso di farmi domande, anzi, in un certo senso i quesiti sono pure raddoppiati. Se prima ero curioso di sapere e desideravo ardentemente approfondire, adesso gli interrogativi sono ben atri: “perché mi vengono in mente idee di cui finisco sempre per pentirmi?”, “finirà prima la moda della trap o l’intera civiltà così come la conosciamo?”.

REQUISITI PER RICONOSCERE UN TRAPPER

Come accade per la maggior parte dei prodotti di successo, anche questo filone musicale si è trasformato in breve tempo in una frenetica corsa al salto sul carro dei vincitori. Un po’ come le nazioni produttrici di elementi di dubbia utilità come il tungsteno e le barbabietole da zucchero, il sottosuolo italiano pullula di trapper, ne sbucano continuamente e senza alcuna sosta. Ma quali sono gli elementi per riconoscere un tipico esponente di questa pseudo corrente artistica?

  1. Lui è ricco, tu no;
  2. Il cash che ha guadagnato (non so come dato che di musica oggi è assai difficile vivere) lo ostenta in tutti i modi possibili e immaginabili;
  3. Non possiede bancomat, preferisce andare in giro con una comoda pistola spara-soldi mentre noi, comuni mortali, contiamo i centesimi da tenere per fare l’elemosina in Chiesa;
  4. Veste sempre in maniera visibilmente griffata, ai limiti del coatto;
  5. Gira sempre in gruppo, in modo da dividere equamente la “roba” durante un posto di blocco e garantire l’alibi dell’uso personale;
  6. Pronuncia parole incomprensibili, sia nei testi che nel suo slang quotidiano;
  7. Nel singolo apripista del suo album vanta il successo da parte del pubblico e i primi posti in classifica, anche se si tratta del suo disco d’esordio e non aveva mai inciso nulla in precedenza. Evidentemente prevedere il futuro è caratteristica essenziale per fare questo genere;
  8. Parla di tematiche per lui importanti: dal riscatto sociale al nostalgico ricordo del suo primo puttantour;
  9. Gesticola con particolare e irritante flemma, senza soffermarsi troppo sul contenuto di ciò che dice (usare “canta” mi sembrava esagerato);
  10. Utilizza l’autotune pure sotto la doccia.

COSA HO IMPARATO DA QUESTA ESPERIENZA?

Cerchiamo un attimino di ricapitolare tutte le nozioni che ho appreso in questo assiduo mese di frequentazione della trap. A voi un breve riassunto di ciò che ho imparato:

COSE POSITIVE:
– Bisogna ammettere che è un fenomeno nato dal nulla nel giro di pochissimo tempo, senza troppa sovraesposizione mediatica, con la sola forza del web e della divulgazione giovanile;
– Le sonorità sono interessanti e originali, forse un po’ ripetitive ma, indubbiamente, una ventata d’aria fresca dal punto di vista del sound;
– A differenza della mamma, di trap non ce n’è una sola, ci sono anche alcuni esempi positivi di artisti come Ghali che sperimentano e contaminano le proprie opere con altri generi,

COSE NEGATIVE:
– I testi, le parole, il messaggio. The lyrics, the words, the message. Los textos, las palabras, el mensaje;
– Se da un lato i ragazzini scelgono di ascoltare spontaneamente la trap, che sia per moda o per reale passione, dall’altro bisogna riconoscere che si tratta di una fascia abbastanza manipolabile. In tal senso, si incastrano alla perfezione gli algoritmi di Spotify e gli insensati calcoli di YouTube, che ti propinano allo skip successivo Sfera Ebbasta & co. anche se stavi ascoltando tutt’altro;
– L’insegnamento che viene dato ai giovani è quello di dover sfruttare qualsiasi tipo di passione (in questo caso la musica) per un solo e unico scopo: fare soldi, perché se non hai capi firmati o Rolex al polso sei un pezzente e conti meno di zero. Adottare un profilo basso? Roba da sfigati;

In conclusione, volete sapere cosa penso davvero della trap? Ciò che supponevo fin dall’inizio, ossia che si tratta di una versione 2.0 e un po’ ignorante del rap, più che un genere musicale un vero e proprio fenomeno di decadimento morale e culturale per certi versi allarmante, oltre che di dubbio gusto. E’ musica da branco, se non l’ascolti sei considerato automaticamente un emarginato, un escluso dal gruppo e, purtroppo, in alcuni casi deriso e bullizzato solo perché vieni considerato un diverso.

Uno dei tanti esempi negativi del nostro tempo, di una società che tende ad idolatrare personaggi sbagliati, a propinare come modelli i protagonisti di “Gomorra” o qualsivoglia altri miti discutibilmente improvvisati. Attraverso la musica è fondamentale lanciare contenuti positivi e di speranza, per questa ragione reputo sia necessario soffermarsi ad analizzare l’effetto dannoso che si nasconde alle spalle di certi messaggi. Se fermo per strada un gruppo di ragazzini e gli racconto che cambio una tipa ogni sera, che giro fumando in Lamborghini e che ho un armadio pieno di vestiti griffati, divento il loro mito assoluto in meno di dieci minuti. Per chi come me appartiene ad un’altra generazione, si tratta di ideali incomprensibili.

Indubbiamente ci troviamo al cospetto di uno dei più significativi fenomeni di costume degli ultimi anni, tra i più rappresentativi di questa epoca. Magari sbagliamo noi che scuotiamo la testa o ci guardiamo negli occhi increduli quando sentiamo versi offensivi, inneggianti alla violenza o all’uso di droghe, lontani anni luce da una sensata concezione della donna o di un regime di vita salutare. Chiamateci pure old school, bufu o come cavolo vi pare e piace. Noi siamo fatti così, con le nostre idee che nessuno ci ha indottrinato, poeticamente corretto e very melodically correct. A chi continua a sforzarsi nel ricercare a tutti i costi un senso, proprio come direbbe Vasco Rossi, ricordo che “domani arriverà… domani arriverà lo stesso”, a proposito di buona/vera musica.

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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