Mariella Nava racconta le sue radici nel singolo “Cielo rosso” – INTERVISTA

Nuovo estratto dall’album “Epoca” per una delle cantautrici più ispirate della scena musicale italiana

Una bambina che guarda il sole inabissarsi nel mare, fotografia di un tramonto che Mariella Nava porta nel cuore da sempre e che la lega alla sua amata Taranto, città che le ha dato i natali e regalato i ricordi più belli della sua infanzia. Si intitola “Cielo rosso” il nuovo singolo estratto da “Epoca”, l’album che hai deciso di realizzare in occasione del suo trentennale di carriera, pubblicato lo scorso anno.

Ciao Mariella, hai da poco lanciato “Cielo rosso”, una canzone che rappresenta una dedica alla tua città di origine ma, al tempo stesso, anche un messaggio di speranza?

«Esattamente, un quadro che raffigura quello che la gente è sempre stata. In molti lo descrivono come un cielo arrossito dalla vergogna delle tante sofferenze che negli anni hanno colpito il territorio tarantino, personalmente mi riconosco nell’altra parte, quella fatta di persone reattive che si danno da fare per migliorare le cose, con tutte le difficoltà del caso e le relative mancanze di responsabilità della politica. Da anni si discute sulla questione dell’Ilva, una realtà che dà lavoro a tante persone, ma che ha portato con sè una nube di inquinamento e, purtroppo, anche di morte. Mi auguro che presto si arrivi ad una bonifica e, di conseguenza, una rinascita della mia amata città».

Il brano si apre con il verso “gli Dei t’hanno scelta, ecco perché mi trovo ancora a cantare di te”, come a voler ricordare quel glorioso passato in cui Taranto era considerata un fulcro del Mediterraneo…

«Assolutamente si, c’è tanta di quella storia che bisognerebbe riscoprire, molti aspetti da valorizzare. Tantissima cultura è passata nei secoli per le vie della città, ancora prima che l’industria siderurgica s’insidiasse sul suolo di un terra così ricca di beni preziosi. Sono tante, ormai troppe, le persone che abitano nelle zone limitrofe, che si ammalano e raccontano una storia irta di difficoltà, perché la gente si arrabbia e non rimane inerte, anzi si adopera per fare qualcosa, spetta alle autorità del luogo raccogliere tutta questa forza e trasformarla in energia pulita e pura».

Una situazione che tocca la vita e il cuore di tante persone e che può essere declinata anche ad altre realtà del nostro territorio, come la terra dei fuochi o altre acciaierie presenti lungo la nostra Penisola…

«L’Italia è ricca di queste realtà che sono ferme, ma che possono ripartire alla grande da un momento all’altro, ci vuole solo un po’ di buona volontà. Dobbiamo tornare a credere in noi e riprendere in mano il nostro futuro, perché abbiamo dei potenziali infiniti. Bisogna recuperare questa identità, che abbiamo perso persino nella musica. Il nostro modo di cantare, di suonare e di scrivere si è perso, siamo finiti ad imitare dei modelli che non sono prettamente nostri».

E mentre i cantanti, gli artisti in generale, si dimenano a lanciare appelli, anche attraverso le canzoni come fai tu, la politica di concreto cosa sta facendo?

«Intanto bisogna chiedersi quale politica, dov’è andata a finire, visto che il mosaico che un tempo si chiamava Governo ormai si è frantumato. Qualcuno sta cercando di mettere insieme i pezzi, ma ci sono troppi e grandi punti interrogativi. L’importante è che, prima o poi, questa nave torni a viaggiare, perché stiamo andando un po’ alla deriva e, forse, non ce ne stiamo nemmeno realmente accorgendo. Questo non fa bene all’economia e nemmeno alla nostra psicologia, soprattutto per i giovani che smettono di credere nel futuro. Noi che siamo un po’ più grandi e abbiamo già vissuto altri momenti di stallo, dobbiamo ridare carburante a questo motore arenato, cerchiamo di capire quali sono stati gli errori del passato per ripartire».

A tal proposito ho letto qualche giorno fa un tuo stato su Facebook che mi ha fatto riflettere, ma anche strappato un sorriso, diceva: “Piove….. e pure senza un governo”. Ecco, credo che oggi ci manchi questo tipo di autoironia, la stessa che noi italiani abbiamo più volte tirato fuori nei periodi più tristi della nostra storia…

«Troppo spesso veniamo fotografati come un Paese malinconico, probabilmente perché questa voglia di fare che ci ha sempre caratterizzato agli occhi del mondo, è stata un po’ consumata da tutta questa negatività. Ci siamo un po’ rinchiusi e rassegnati all’idea che le cose non possano cambiare. L’autoironia potrebbe essere la nostra chiave di salvezza, per un popolo che riflette e và oltre anche attraverso la propria creatività, quando si spegne quella fiamma diventa tutto più difficoltoso». 

Prima parlavi di melodia, dell’andare a recuperare un certo tipo di scrittura ormai desueta, perché ci ostiniamo ad emulare gli altri soffocando la nostra vera natura?

«Perché sono sbagliate le considerazioni di fondo, reprimere la propria creatività è un atto di debolezza, non di forza. All’estero ci conoscono e ci amano per il bel canto, ci imitano e non ci riconoscono in quello che produciamo ultimamente. Abbiamo destrutturato la melodia, una dote che avevamo innata e che è ancora presente dentro di noi, dobbiamo solo ritrovare il coraggio di buttarla fuori. Ma sai qual è il vero problema di oggi?».

Tiro ad indovinare… la mancanza di spazio per tutti?

«Esattamente, al pubblico viene proposto un solo tipo di musica, non c’è più l’offerta variegata di una volta. Non nascondo che certe cose che ascolto attualmente le trovo interessanti, ma rispetto al passato c’è meno scelta, si fatica a far sapere alle persone che è uscito un tuo progetto, un problema che affligge soprattutto i giovani che non riescono a farsi spazio. Ti abituano ad ascoltare le stesse cose, al punto che quello che suona di diverso non viene nemmeno calcolato».

Ci vorrebbe un ritorno al juke-box…

«Magari, lo auspico da tempo, perché rappresentava un vero e proprio indice di gradimento, fotografava tutto ciò che ci piaceva e, soprattutto, la musica veniva diffusa nell’aria e arrivava a tutti: cosa che abbiamo un po’ perso con l’avvento delle cuffiette. Com’era bello ascoltare anche venti volte la stessa canzone sulla spiaggia, al bar, in compagnia degli amici o della persona amata. Andavi a scegliere gettonando le canzoni che volevi davvero ascoltare e non ti accontentavi di ciò che passava in radio, oggi la musica suona più come un’imposizione dall’alto… o dal basso, dipende dai punti di vista».

Come ti è sembrato il Festival targato Claudio Baglioni? Secondo te, c’è stato un reale ritorno della musica al centro, così come brandizzato per tutto il corso della kermesse?

«Penso che, come primo approccio, sia stato fatto un grande lavoro da parte di Claudio. Nonostante abbia abolito le eliminazioni, i numeri sono arrivati lo stesso, a discapito di chi per anni ha creduto che fosse la giusta formula per racimolare ascolti. Mi sono piaciuti i numerosi omaggi alla canzone italiana, il ricordo di diversi interpreti e cantautori che i giovani non hanno avuto modo di conoscere direttamente, questo mi sembra doveroso per una storica manifestazione come questa. L’ho trovato un Sanremo elegante perché non ha spettacolarizzato la musica, ma ha musicalizzato lo spettacolo». 

E sul livello delle canzoni in gara?

«Come ogni anno, ci sono pezzi che possono piacere di più e altri di meno, bisognerebbe capire che tipo di scelta è stata operata, forse c’è stato un po’ di timore e non si sono voluti adottare troppi cambiamenti. Si è dosata la presenza dei giovani rispetto a quella dei big, preferendo personaggi più esposti, come gli ex componenti dei Pooh o la Vanoni, piuttosto che artisti meno in vista. Personalmente, auspicherei in una maggiore attenzione, perché a volte può arrivare una canzone davvero bella ma si ha paura di sceglierla perché si teme che il cantante che la propone non sia abbastanza forte dal punto di vista televisivo. Si tratta di un blocco psicologico che andrebbe superato attraverso un atto di coraggio e, forse, chissà che per questo non ne faccia parte anch’io (sorride, ndr)».

Si è da poco conclusa la 63esima edizione dell’Eurovision Song Contest, so che sei un’attenta spettatrice della kermesse, come hai vissuto la finale e cosa pensi del messaggio portato in gara dai nostri due rappresentanti?

«Sicuramente il testo è molto toccante e riguarda la maggior parte dei Paesi della comunità europea, per questa ragione ha rapito il cuore di tanti telespettatori. Mi spiace solamente che le giurie non abbiano capito, ancora una volta, la nostra capacità di racconto. L’anno scorso possono essere stati un po’ spiazzati dall’ironia di Francesco Gabbani, ma nemmeno con un contenuto testuale così forte siamo stati realmente compresi, fortunatamente il voto delle persone da casa ha sopperito a questa mancanza di attenzione, perché credo che alla fine di questo si sia trattato. “Non mi avete fatto niente” è un brano che ho apprezzato sin dal primo ascolto, ce ne fossero di questi messaggi nella musica odierna, soprattutto da parte di due cantautori che parlano ad un pubblico giovane». 

Alla luce di tutto questo, per concludere, non hai anche tu la sensazione che ci stiamo un po’ conformando a questa nostra epoca, alle condizioni non proprio facili di vita, ai problemi, alla mancanza di un governo, alla crisi, insomma, ci stiamo adattando passivamente a tutto. Come possiamo risvegliarci da questa specie di fase REM che stiamo attraversando?

«Con la convinzione che tutto dipende da noi, che il futuro ce lo costruiamo da soli. Siamo soliti dare la colpa a qualcun altro, come se la collettività non fosse composta da singoli individui, anche da noi. Insomma, non lamentiamoci se le cose non cambiano, ma attiviamoci nel nostro piccolo e nel quotidiano. Uniamo le nostre voci, non restiamo seduti dietro ai nostri computer a postare, ma manifestiamo i nostri pensieri insieme, non lasciamo nulla al virtuale e rendiamo fattibili le nostre intenzioni». 

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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