Geoff Westley: “Io, il pianoforte, la musica e le mongolfiere” – INTERVISTA

A tu per tu con l’artista britannico, in uscita con il disco “Piano solo – Does what it says on the tin”

Ci sono incontri che ti porterai dietro per il resto della tua vita, con questa consapevolezza ho avuto il piacere di chiacchierare con Geoff Westley, musicista e produttore britannico che, nel corso della sua straordinaria carriera, ha lavorato con alcuni dei più grandi artisti della scena musicale internazionale, compresa quella italiana: da Lucio Battisti a Claudio Baglioni, passando per Riccardo Cocciante, Mango, Renato Zero, Lucio Dalla, Anna Oxa, Laura Pausini, Fiorella Mannoia, Mariella Nava e molti altri ancora. In occasione del lancio del suo nuovo album strumentale Piano solo – Does what it says on the tin, reduce dal duplice ruolo di direttore musicale e membro della commissione selezionatrice di Sanremo 2018 e Sanremo 2019, approfondiamo la sua conoscenza.

Partiamo dal tuo nuovo disco “Piano solo – Does what it says on the tin”, in cui sono incluse quattro composizioni pianistiche originali. Cosa contiene questo progetto?

«I brani sono nati da improvvisazioni, mi sono divertito al pianoforte, inventando e seguendo l’istinto, senza un’idea precisa di dove volessi arrivare. Dopo un po’ ho cominciato a registrare queste creazioni estemporanee, riascoltandole c’erano alcune cose interessanti, così ho cominciato a trascriverle su carta musica, per poi riuscire a tagliare le cose che non andavano e concentrarmi su ciò che funzionava, perfezionando il tutto ottenendo il risultato finale che potete sentire. Provenendo dal mondo classico, questa è la mia natura».

Perché hai scelto il pianoforte? Cos’ha di così caratteristico rispetto agli altri strumenti?

«Il pianoforte è un grande strumento, sono sempre stato legato al suo suono. Quando avevo tre anni i miei genitori si sono separati, erano altri tempi, immagina gli anni ’50, vivevo con mia mamma e lei mi metteva a letto suonandomi il pianoforte, addormentandomi ogni sera con i brani di Brahms e Chopin, questa musica era la mia ninna nanna. Il pianoforte fa parte di me, è la mia più grande passione. Nel mondo orchestrale ci sono cinque grandi strumenti versatili, in grado di esprimere largamente qualsiasi tipo di emozione, a differenza di altri che sono più limitati, tra questi c’è sicuramente il piano,  poi il violino, il violoncello, la voce umana e la chitarra elettrica».

Non posso esimermi del parlare delle prestigiose collaborazioni, partendo dall’incontro con Lucio Battisti. A vent’anni dalla sua scomparsa, secondo te, qual è la caratteristica che ancora oggi lo contraddistingue?

«La sua profonda umiltà, ti racconto come l’ho incontrato. All’epoca facevo il direttore musicale con i Bee Gees in tournèe e facevo il turnista in studio, era nata in me la voglia di mettermi in gioco anche come produttore, l’ho fatto presente al direttore artistico della RCA inglese e dopo un paio di settimane mi ha chiesto se mi andava di produrre un italiano, ho accettato subito perché a me non cambiava la nazionalità, poteva essere greco o giapponese era uguale.

Lo conobbi qualche giorno dopo e cominciammo a lavorare al disco “Una donna per amico” in uno studio vicino Londra, fino ad arrivare al momento della realizzazione dei cori, ci voleva qualcuno con una buona pronuncia. Contattai il mio amico Frank Musker di origini italiane, in quel momento mi raccontò la storia di Lucio e l’ìmportanza che aveva per il vostro Paese. Questo dimostra che genere di persona fosse, in quei mesi di lavoro non mi aveva mai fatto pesare la sua grandezza, si era creato un bel rapporto, lo conservo come un ricordo umanamente bellissimo».

Poi è arrivato l’incontro con Claudio Baglioni, ormai un sodalizio che prosegue nel tempo. Ti chiedo un parallelismo tra il suo ruolo da cantautore e quello di direttore/dittatore/dirottatore artistico del Festival di Sanremo, hai notato differenze?

«No, uguale, Claudio è sempre stato pignolo, molto preciso. Quando abbiamo realizzato “Strada facendo” si preoccupava per ogni singolo dettaglio, a Sanremo è stato uguale, ha dato il massimo, ha cercato di fare le cose al meglio e, secondo me, se l’è cavata bene».

E tu, invece, hai trovato particolari difficoltà nel ruolo di membro della commissione musicale del Festival? Come valuti il livello generale delle proposte sottoposte alla tua attenzione?

«Eravamo in sette, ognuno aveva la sua diversa opinione, io ho tifato e sostenuto per i giovani che ho trovato notevolmente di livello. Non tutte le mie scelte sono passate, ma sono contento di aver fatto parte della commissione, un’esperienza che tutto sommato mi piacerebbe rifare. Il livello generale delle proposte è stato incredibile, soprattutto per quanto riguarda le nuove generazioni, dovrei complimentarmi davvero con tutti loro, perché conosco la sofferenza che possono aver provato nel presentare un brano tra ben 680 proposte, con la minima speranza di passare.

Immagino la difficoltò, anche dal punto di vista economico, gli sforzi che hanno dovuto sostenere rispetto ad artisti più avviati, ho avvertito tanto cuore e grande qualità nelle loro canzoni. Scegliere non è stato facile, ho creato un documento sul mio computer dove prendevo appunti per ogni canzone, dando una votazione da uno a cinque e per quelli che mi piacevano veramente mettevo una stella, alla fine ho contato circa 250 stelle, il livello era davvero alto. Sono molto contento della vittoria di Mahmood, il futuro della musica italiana è in mano ai giovani».

In veste di direttore d’orchestra sei stato protagonista di bellissime performance, in entrambe le annate ci sono stati ospiti eccezionali, duetti straordinari. Quali ti hanno colpito ed emozionato di più?

«Ci sono state davvero tante performance pazzesche e incredibili. Sono rimasto molto colpito dal brano di Antonello Venditti, non vivendo in Italia non avevo mai sentito “Notte prima degli esami”, quando l’ho sentito per la prima volta mi sono emozionato, suonarlo è stato pazzesco, è entrato dentro di me. E’ stato un piacere lavorare con lui, come sono stato felice di ritrovare Riccardo Cocciante, con cui in passato avevo lavorato, ho sempre avuto grande stima di lui, è stato bello riabbracciarlo e fare due chiacchiere».

Tornando alle collaborazioni, hai lavorato anche con Renato Zero, Anna Oxa, Gianni Bella, Laura Pausini, Mariella Nava, Fabio Concato e tanti altri. Quali caratteristiche, secondo te, accomunano tutti questi grandi artisti?

«Non so se c’è una caratteristica comune, ognuno è diverso dall’altro, per la maggior parte sono cantautori, quasi sempre ho lavorato con artisti che scrivono i propri testi, avendo la possibilità di immaginare e inventare una base musicale che esprimesse al meglio quelle parole. Ogni esperienza è differente, porta le sue soddisfazioni e i suoi problemi, perché è anche normale avere opinioni diverse in ambito creativo».

Non a caso ho lasciato fuori un artista che viene poco ricordato, mi riferisco al grandissimo Mango, uno dei pochi cantautori dotati di una vocalità straordinaria. Raccontami qualcosa di lui…

«La sua voce è strepitosa, con lui ho lavorato nel mio studio londinese per l’album “Sirtaki”, mi ha lasciato grande spazio per lavorare ed è arrivato alla fine quando le basi erano quasi finite, giusto per cantare. All’epoca non era facile la comunicazione a distanza, non avevamo le e-mail, per spedire il materiale dovevi inserire la cassetta in una busta e spedirla, chissà quanto ci voleva. Pino ha avuto fiducia in me e io in lui, questo ci ha permesso di realizzare un meraviglioso lavoro».

Quando non ti dedichi alla musica piloti mongolfiere, ho cercato di trovare una qualche analogia senza alcun successo. Come nasce quest’altra tua passione?

«Ho iniziato a volare in Mongolfiera all’epoca di “Strada facendo”, era un qualcosa che mi aveva sempre interessato, così decisi di provare a fare un viaggio e ne comprai subito dopo una. E’ rilassante ma anche potenzialmente pericoloso, è importante seguire le regole e fare le cose giuste, la concentrazione è importante, come in qualsiasi cosa nella vita. Una volta un istruttore mi disse: “è sempre meglio stare quaggiù pensando di stare lassù, che stare lassù e pensare di stare giù”, se ci pensi è un insegnamento che riflette sul nostro modo di vivere».

Hai realizzato tante cose e collaborato con grandissimi artisti, mi domando: ci sono ancora degli obiettivi professionali o dei desideri che vorresti esaudire?

«Continuare a fare musica e di farlo bene, ogni volta che sposo un progetto musicale per me è una nuova partenza, mai un arrivo. Da adesso in poi voglio dedicarmi alla mia musica, dopo una vita spesa al servizio di quella degli altri, ho già nel cassetto altre improvvisazioni su cui ci si può lavorare, ma ho anche altre idee per la testa, canzoni e colonne sonore per film, c’è tanto da fare, ciò che manca alle volte è il tempo».

Per concludere, qual è la lezione più importante che senti di aver appreso dalla musica in tutti in questi anni di attività?

«Dalla musica ho imparato ad amarla e rispettarla, mi piace suonare e non ho alcun desiderio di smettere. chi ha la mia età e va in pensione comincia a seguire un hobby, in genere sono persone che smettono di fare un lavoro che odiano per seguire la propria passione, nel mio caso l’ho sempre fatto, per cui non ho alcuna voglia di fare altro, senza la musica cosa faccio? L’arte mi ha insegnato proprio questo, il senso profondo del divertimento».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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