Federico Zampaglione dei Tiromancino: “Sono un appassionato, non una popstar” – INTERVISTA

Intervista al leader della storica band romana

E’ uscito da pochissimi giorni Fino a qui, il nuovo album dei Tiromancino che hanno scelto di stupire ancora una volta il proprio pubblico con un lavoro anacronistico e colossale reinterpretando dodici grandi successi (a cui si uniscono anche quattro nuovi inediti) degli oltre vent’anni di carriera insieme ad amici e colleghi della musica italiana d’oggi. Tra il racconto del progetto, della visione della musica d’oggi e di curiosi aneddoti a tutto tondo abbiamo realizzato una piacevolissima chiacchierata con Federico Zampaglione a cui va il nostro grazie più importante per l’immensa disponibilità, l’innegabile stimolo ad un’analisi veritiera e approfondita della musica e l’attenzione che da sempre ci dimostra da attento lettore dei nostri contenuti più vari. Ecco cosa ci siamo raccontati:

Allora Federico, partiamo da “Fino a qui”, questo nuovo album che, già dal titolo, sembra quasi voler suggerire un bilancio, uno sguardo all’indietro e ai tanti anni di musica che ormai caratterizzano il percorso dei Tiromancino. Ecco, qual è il tuo bilancio di tutti questi anni di musica?

Tiromancino - Fino a qui

<<Il bilancio credo che, forse, dovrebbero farlo gli altri: io proseguo un mio cammino che ho sempre portato avanti tra musica, cinema e arte. Sicuramente credo di aver scritto parecchie belle canzoni perchè, quelli di cui parliamo, sono pezzi che si continuano ad ascoltare negli anni, pezzi che si sentono continuamente nelle radio piuttosto che nei talent televisivi o nei piano bar. Mi sembra che questi brani quasi non siano invecchiati nel corso di questi vent’anni ma si siano piuttosto fortificati. Il fatto di averli ricantati insieme a tutti questi nomi importanti della musica italiana, che hanno scelto di cantarli con me per il piacere di farli non per strani obblighi o imposizioni discografiche fatte a tavolino, mi rende ancora più orgoglioso del percorso e dei brani scritti in questi anni>>.

Nel disco si volge sicuramente lo sguardo al passato ma pur senza rinunciare ad un confronto con il futuro ed il presente per mezzo di 4 quattro nuovi inediti, uno più bello dell’altro. Ecco, qual è, secondo te, l’elemento che caratterizza da sempre la vostra musica e la vostra produzione musicale?

<<Io credo che noi ci siamo distinti sempre per una certa ricerca che non ci fa considerare come una realtà cantautorale ciò che proponiamo essenzialmente perchè i cantautori di solito fanno riferimento principalmente alla melodia e ai testi: nel caso dei Tiromancino io ritrovo più una ricerca e una sperimentazione musicale che, già negli anni ’90, ci aveva collocato nell’indie italiano salvo poi arrivare al grande pubblico pur mantenendo un suono ed un approccio sempre molto lontano dal pop da classifica e commerciale. I Tiromancino sono sempre stati un po’ controcorrente cercando di fare delle canzoni con una modalità diversa che si concentrasse nella ricerca di strutture, suoni, arrangiamenti oltre a varie influenze di generi che hanno poco a che fare con il pop melodico italiano. E non è un caso che questo disco inizi con “Sale, amore e vento”, un pezzo che sembra quasi di musica rancheros e che è nato da un mio sogno particolare dove immaginavo di essere un narcotrafficante impegnato nelle mie scorribande sulle note proprio di questa melodia>>.

Come scrivi di solito i tuoi brani?

<<Non me ne è mai fregato niente di seguire determinate regole per funzionare a tutti i costi. Quando ero all’apice del successo mi sono ritirato e ho iniziato a fare film horror a conferma del fatto che sono completamente fuori da queste logiche secondo cui bisogna funzionare commercialmente. A me interessa suonare e fare delle cose che mi piacciono. Ed infatti siamo usciti in radio per un singolo con una ballata impegnativa come Noi casomai che, a fine estate, è stata una vera scommessa rischiosa. La cosa più importante, per me, è comunque ricercare>>.

Proprio rispetto a ‘Noi casomai’ ricordo che ci siamo sentiti il giorno della pubblicazione e tu mi dicesti che non sapevi se avrebbe funzionato proprio per tutta questa serie di motivi. E invece sta andando alla grande sia in radio che nelle classifiche forse anche grazie a questo suo essere un brano fuori dal coro oltre che un pezzo davvero bellissimo e toccante.

<<Da una parte essere fuori dal coro è anche l’unico modo che mi appartiene per fare musica. Se noti anche l’album, pur avendo tantissimi nomi importanti, è costruito su di un arrangiamento e un sound artigianale, ben lontano da tutte queste sonorità di power pop che vanno tanto in questi anni in cui i suoni vengono tutti pompati al massimo per avere il massimo dell’impatto in radio. A noi non interessano questi arrangiamenti tutti ultramoderni dove sono sparite completamente le chitarre e gli strumenti suonati in favori di un pop basato sulle ritmiche e le casse in quattro più potenti possibili. Noi abbiamo scelto di fare un disco tutto suonato dagli archi alle chitarre fino alle sorgenti sonore che arrivano dalle tastiere che sono assolutamente reali. Io non uso i plugin, inorridisco quando vedo quella roba. I synth che uso sono tutti reali, ne ho una collezione spaventosa così come di chitarre>>.

E’ un modo di vedere la musica molto genuino. Cosa non facile ai giorni d’oggi…

<<Io sono un appassionato e rimarrò sempre un appassionato: non mi interessa assolutamente essere una popstar, voglio essere un musicista. Io parlo regolarmente con le persone che mi scrivono e, come ho fatto con voi, sono il primo a ricercare il contatto diretto con chi credo stia facendo un buon lavoro a favore della musica: io sono così, il mio approccio è così>>.

Parlavamo prima dei tantissimi nomi illustri della musica italiana che sono entrati a far parte di questo progetto quasi a testimoniare la forza senza tempo delle canzoni. Ecco, oggi, spesso, si sente dire che le canzoni non durano più, che sono date in pasto all’ascoltatore senza alcuna speranza di sopravvivere per più di qualche mese. Sei d’accordo?

<<Tra i nuovi nomi ci sono delle bellissime canzoni di Calcutta, piuttosto che dei Thegiornalisti o di Gazzelle e questa nuova scena cantautorale ha capito, secondo me, verso dove andare. Vengono definiti ‘indie’ ma , poi, in realtà non fanno altro che scrivere delle belle canzoni facendo una musica lineare che riesce a recuperare il concetto della canzone ed è questo che mi piace di loro: il fatto di poter ricantare ogni loro brano chitarra e voce. Oggi, invece, c’è troppa voglia di iper-produrre. Se si basa una canzone solo sul sound è come fare un film tutto basato sulle luci o le scenografie: se, alla fine, non c’è una storia che appassiona dopo un mese sono già dimenticati perchè quello che rimane è il cuore delle cose, non l’estetica>>.

Quindi, secondo te, la nuova ondata dei cosiddetti ‘cantautori indie’ riuscirà a produrre delle canzoni che resteranno nel tempo?

<<Questo è l’augurio più grande che faccio sempre a ciascuno di loro sperando che questi brani che stanno scrivendo in questi anni abbiano la fortuna o la forza di andare avanti negli anni perchè proprio questa è la cosa più bella. Io sono cresciuto con artisti che ancora oggi ci ritroviamo ad ascoltare e tutte le volte diciamo ‘mamma mia, che pezzo’. Un giorno mi ricordo che discutevo con un mio collaboratore sulla convenienza di pubblicare come singolo estivo un pezzo piuttosto che un altro secondo i canoni dei cosiddetti “pezzi estivi”: ad un certo punto per radio è partita ‘Cara’ di Lucio Dalla ed io gli ho detto “questa è una canzone estiva o invernale?” e lui non sapeva che dire. Io gli ho detto: “sai che c’è? Questa è una grande canzone, non è nè estiva nè invernale”. Quando una canzone è bella non c’è logica che tenga e per essere bella una canzone deve basarsi sull’emozione che se si riesce a catturare si da alla canzone la possibilità di durare nel tempo. Le mode, invece, sono pericolose perchè per quanto siano belle finiscono sempre qualsiasi esse siano: non c’è salvezza dalla moda. Rischiare di mettere dei suoni soltanto perchè vanno di moda significa rovinare un pezzo che sarà vecchio appena due anni dopo>>.

Tra i tanti ospiti presenti qual è stato il primo amico che hai chiamato quando hai pensato ai duetti? A chi non avresti potuto rinunciare per questo album?

<<I primi che ho contattato sono stati Giuliano Sangiorgi, Lorenzo Jovanotti e Tiziano Ferro>>.

C’è stato, invece, qualcuno che non sei riuscito a raggiungere per qualsiasi motivo e con cui ti sarebbe piaciuto condividere una parte di questo disco? Possiamo citare sia artisti d’oggi che di ieri che, purtroppo, ci hanno lasciato…

<<Ovviamente mi sarebbe piaciuto avere i miei grandi amici Pino Daniele, Lucio Dalla e Franco Califano: figurati se non li avrei voluti. Dei nomi che, fortunatamente ancora ci sono, mi sarebbe piaciuto avere Carmen Consoli con la quale, però, ci siamo ripromessi che prima o poi faremo qualcosa insieme>>.

Come dicevamo poco fa, noi abbiamo già avuto modo di scambiare qualche battuta per mezzo dei social qualche tempo fa. In quell’occasione parlammo anche di trap, e in particolare del fenomeno del momento, Young Singorino. Ecco, lasciando da parte casi particolari o nomi e cognomi vari, come ti rapporti con il cosiddetto “nuovo che avanza”? Con queste nuove frontiere della musica?

<<Non ho nulla in contrario ma spesso sento che questi ragazzi inneggiano molto alle droghe. Per carità, non hanno scoperto nulla, si è fatto spesso anche in passato. Nel frattempo, però, per quanto mi riguarda devo considerare il fatto che nel frattempo sono diventato papà di una bambina di 9 anni che ogni tanto mi chiede “papà ma che vuol dire MD?” e questo mi spaventa perchè, tra qualche anno, potrebbe sfuggire la situazione di mano. Da padre questa situazione mi fa incazzare ma, d’altra parte, dentro di me c’è un’anima rock che mi fa chiudere un occhio: anch’io da ragazzino impazzivo per ‘Cocaine’ di Eric Clapton che, nel corso degli anni, è passato a dire “my dirty cocaine” quasi dispiacendosi di pubblicizzare le droghe>>.

Come ricordavamo all’inizio di questa chiacchierata le origini dei Tiromancino, fin dal ’92, sono sempre state considerate un po’ indie. Poi, nel 2000, è arrivata, forse, la svolta più mainstream pur conservando la vostra forte identità musicale. Dal Festival di Sanremo e dal bellissimo disco che ne è seguito, “La descrizione di un attimo”, è arrivata una grandissima popolarità che continua ancora oggi. Ecco, credi sia possibile, in futuro, un ritorno sul palco dell’Ariston per i Tiromancino?

<<Ovviamente nella vita non bisogna mai escludere nulla ma, guardando il mio canzoniere per i brani più conosciuti con onestà riconosco che nessuno di questi pezzi è passata dall’Ariston ma perlopiù dalle radio e da un percorso diverso da quello del Festival. Sanremo ha tanti aspetti positivi ma a me mette un po’ di agitazione e temo che questo si ripercuota sul risultato finale>>.

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Ilario Luisetto

Direttore di "Recensiamo Musica" e suo fondatore dal 2012. Sanremo ed il pop (esclusivamente ed orgogliosamente italiano) sono casa mia. Mia Martini è nel mio cuore sopra ogni altra/o ma sono alla costante ricerca di nuove grandi voci che possano accompagnarmi.

Ilario Luisetto

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