Raccontiamo l’attualità con una canzone

I vecchi amici sono come un porto in mezzo al mare. Confessa, caro lettore, che con un incipit del genere, l’accarezzare anche solo l’idea di non leggere il resto dell’articolo parrebbe come un mostruoso atto di nefandezza verso il suo senso critico e artistico. Perciò mi segua senza troppo indugiare, in questa iperbole di fantasia che ci porterà, come è di consueto nelle iperboli fantasiose, ad una domanda. E così sia. Dunque. I vecchi amici sono come un porto in mezzo al mare.

Uno naviga, silenzioso e solitario sul proprio mare quando, d’improvviso, il destino di uno si allinea perfettamente ai destini di un altro gruppo di barche, prima sconosciute, ora insostituibili. I vecchi amici sono soliti chiamare questo “rimpatriata”. Così si forma un porto, laddove prima c’era solo una distesa di acqua e routine non molto diversa da quella sulla quale si naviga ogni giorno. Si leva l’ancora, ci si affaccia a poppa, e le barche di tutti si tramutano in un’unica grossa nave. Ed ecco che i vecchi amici si raccontano, si straparlano, si beccano e si riconciliano. Come se il resto del mare si fosse racchiuso in quel porto lì e come se dentro lì dovesse rimanere per sempre. I vecchi amici hanno di queste illusioni.

Così il porto si fa faro.

Dal sentirsi parte di un grande abbraccio, ogni barca riscopre la propria mappa e indica agli altri il viaggio fino a lì compiuto. Ecco allora formarsi davanti agli occhi di tutti, la rotta di ognuno. E con essa i confini, nel mare, laddove ognuno punta la propria meta. Chi nel lavoro, chi nell’amore, chi verso utopie non ben precisate. Ogni barca si racconta con un viaggio preciso. Un viaggio che – va detto – si fa arduo e ostile quando si è soli a navigare; ma a parlarne con i vecchi amici, tutto diventa limpido e cristallino come se quello fosse l’unico vero viaggio ad avere senso fare. Qui accade una magia.

Perché dalla mappa di viaggio raccontata dall’altro, ogni barca riscopre un riflesso della propria rotta. Una scintilla degli anni che furono, vanamente cercata nel presente ma che si fa luce nel ricordo e nella voce dell’altro che si racconta. I vecchi amici sono soliti chiamare questo “nostalgia”.

Ma i naviganti rischiano di rabbuiarsi e di intristirsi sentendo ciò. Perché si accorgono in quel momento di quanto sia lungo e solitario il loro viaggio, e di come il tempo non faccia che ricordare che ogni porto sia solo una piccola tregua al navigare che li attende. Ma un’ora di tregua è pur sempre un’ora strappata alla tempesta. Perciò i vecchi amici si ascoltano, si toccano e si perdono l’uno nell’altro. Aprono vecchie ferite per vedere se ci sia ancora dolore e si rifugiano frettolosi in bei ricordi nel caso la tristezza li colga di soprassalto.

Così il faro si fa spiaggia.

Qui il silenzio si fa spazio tra le barche. Un tacito pensiero echeggia tra le vele ricordando ai marinai che ci si può amare e ci si può odiare nel viaggio per il mare. Ma nei porti, l’unico sentimento che odora di vero è anche l’unico sentimento che abbia davvero senso provare quando si è in compagnia di vecchi amici: sentirsi a casa. E non ci sono parole per colmare il vuoto che aprirà quel momento, nell’attimo in cui si salperà via dal porto. Solo un silenzio assenso, qualche lacrima nascosta e un mare che invoca il proprio navigante.

Così la spiaggia si fa porto.

Perché i vecchi amici sanno come ritrovarsi, ma mai come lasciarsi. Di fatti, rimane sempre un gusto amaro in bocca quando si salpa via tra le onde. Come se non si fosse mai veramente partiti né mai veramente attraccati. Così i porti aprono bivi: accolgono e ingannano, riuniscono e dividono, ricordano e dimenticano. Un dolore e una ferita simile a quella raccontata da Francesco de Gregori nella sua canzone chiamata, guarda un po’, Vecchi amici.

 

Ed infine, il porto scompare, lasciando di nuovo spazio ad acqua e sale. Perché siamo dei naviganti solitari, dopotutto, ma lo capiamo solo quando ci lasciamo dietro un porto. Lo capiamo solo quando incontriamo e salutiamo dei vecchi amici. Intanto il nostro viaggio ritorna ad essere arduo e ostile. Proprio come l’avevamo lasciato prima di attraccare al porto; e prima di rendercene conto, ecco che ci siamo già persi.

Oh come è solitario questo viaggio! Oh come sono pochi i porti in cui attraccare!

Nel frattempo, prima, e dopo, ci passano accanto ogni giorno altri navigatori solitari, alcuni infermi, sfortunati, senza gioia né speranza, senza porti dove attraccare – ma noi tiriamo dritti, perché serbiamo nel cuore quel vento gelido e malinconico che caratterizza il nostro viaggio e, con esso, la nostra vita. Così navighiamo, e ci perdiamo, benedicendo e maledicendo questo e quello. E tra le onde andiamo, aspettando solo che qualcuno attraversi la strada, la nostra, per chiederci: “Ti sei perduto amico? Ti sei perduto?”

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Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

Di Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

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