Analisi sul percorso della cantante romagnola: tra passato, presente e futuro

Le carriere di alcuni artisti sono affascinanti da studiare, da approfondire e da ripercorrere, una su tutte quella di Laura Pausini, che nel febbraio 1993 ha ottenuto sin da subito un grande successo, sia in termini commerciali che di consenso popolare. Da allora, per almeno un ventennio, nessuno l’ha più fermata, portandola a diventare una delle voci italiane più conosciute e apprezzate nel mondo, fino ad arrivare ad oggi, in un’epoca decisamente diversa rispetto ai suoi esordi.

La cantante di Solarolo, così come tutti i rappresentanti della “vecchia guardia”, risente del cosiddetto ricambio generazionale, seppur possa disporre e vantare uno zoccolo duro di sostenitori acquisiti e coltivati negli anni. Un momento storico particolare e delicato anche per lei, reduce da qualche uscita sottotono, tra cui il singolo in coppia con Biagio Antonacci (che ha funzionato poco sia nell’immediato che nel medio-lungo termine) e l’ultimo album in studio Fatti sentire (che ha venduto quanto il disco di cover di Natale).

Ma non si tratta solo di una questione di vendite, ascoltando i suoi ultimi lavori si ha come l’impressione che manchi un filo conduttore, come se volesse non scontentare nessuno, rivolgendosi sia ai teenager che al pubblico adulto. Il risultato? Un ibrido che rischia di non convincere né la generazione X, né quella Y, né tantomeno quella Z. Bisognerebbe puntare su qualcosa che sia credibile e che esprima in pieno la sua maturità, proprio come accaduto con Resta in ascolto nel momento della sua uscita, un disco di rottura pubblicato nel 2004.

Rabbia, dolcezza, scazzo e tenerezza, questo l’altalenante tessuto emotivo che accompagna l’ascolto di traccia in traccia. Considerato da molti il capolavoro indiscusso di Laura, questo progetto ha varcato i confini nazionali fino a raggiungere oltre 5 milioni di copie vendute nel mondo, anche grazie alla fortunata versione in spagnolo “Escucha” che ha fatto incetta di riconoscimenti, tra cui il celeberrimo Grammy Award che in Italia mancava dai tempi di “Nel blu dipinto di blu” di Modugno.

Ecco: per la Pausini ci vorrebbe un altro disco rock, magari ancora più spinto, una strada mai più ripercorsa dalla cantante, se non a tratti nel successivo “Primavera in anticipo”, l’album del compromesso, che chiude in qualche modo una fase della sua carriera per aprire un nuovo ciclo lavorativo e personale. Nuovamente impegnata come coach de “La Voz”, l’edizione spagnola di “The Voice”, l’artista non ha ancora rivelato la data del suo ritorno discografico, né tantomeno alcun dettaglio in merito.

Tra le ipotesi, resta in pista la possibilità di un secondo album di cover, il famigerato “Io canto 2”, chiacchierato da ben quattordici anni, un progetto questa volta dedicato alle cantautrici e alle interpreti femminili italiane. Non sarebbe male nemmeno l’ipotesi di un disco di duetti, scelta papabile in vista del trentennale, mentre si allontana sempre di più l’idea di un secondo album in inglese, anche se si tratterebbe di una specie di rivalsa per il mal compreso “From the inside”, un sequel che arriverebbe in un’età decisamente più matura.

Aspettiamoci, dunque, un probabile nuovo progetto di inediti, anche se trovare brani originali e interessanti al giorno d’oggi è assai più complesso che in passato, visto e considerato l’esponenziale incremento di proposte sul mercato e il monopolio dei soliti autori. Personalmente apprezzerei molto un disco scritto interamente da Niccolò Agliardi, non so quanti gradirebbero questa scelta, ma è indubbio che sia lui l’autore che in questo momento meglio esprime in forma-canzone il pensiero personale e musicale dell’ugola romagnola.

Di recente, hanno svolto bene questo compito anche Virginio e Tony Maiello, per cui sarebbe gradita una loro riconferma, così come sarebbero interessanti gli innesti di autori ormai affermati, mi vengono in mente i nomi di Diodato, Ermal Meta, Amara, Fabrizio Moro o Pacifico, non certo nuove leve come Ultimo che, seppur sia un fuoriclasse assoluto, appartiene comunque a un’altra generazione. Per lei ci vorrebbero penne che sappiano comporre qualcosa di maturo, originale ma credibile, in pieno rispetto della sua storia. Un’impresa mica da ridere.

Certamente non è un bene stare fermi per troppo tempo, anche perché le logiche promozionali sono profondamente cambiate, fino a vent’anni fa l’attesa creava suspense e aveva un senso, gli artisti sparivano, nessuno li vedeva e li sentiva per un paio d’anni, mentre oggi non è più così, i social network hanno favorito il presenzialismo, per cui conta più apparire rispetto a ciò che si pubblica. Di conseguenza, un personaggio conosciuto “deve” far vedere ai propri follower di saper fare bene la pizza, mostrare quanto sono belle le scarpe nuove e sfoggiare le foto dell’ultima gita in montagna.

Questo rischia di distogliere l’attenzione su ciò che conta davvero, in particolar modo sulla musica che passa in secondo piano. Questo articolo vuole essere una riflessione ad alta voce sul percorso di Laura Pausini e sul contesto discografico, mai come oggi così incerto, un’analisi che ripeteremo anche con altri suoi illustri colleghi, perché in un momento socialmente confuso, il pubblico ha bisogno di nuove canzoni da ascoltare/cantare, i grandi artisti non possono concedersi il lusso di mancare a questo appuntamento, di aspettare momenti migliori e vedere come vanno le cose.

Cresce l’hype attorno ai prossimi progetti della cantante romagnola, portabandiera di un mondo musicale decisamente in sofferenza. In tal senso, Laura può essere considerata la risposta alla mancanza di fiducia nel pop, la pietra da cui ripartire per rifondare un genere musicale nazional popolare che parte dall’affermazione in patria per poi conquistare il mondo interno. Quindi, in conclusione, in che direzione andrò la bussola di Laura Pausini? Bella domanda! Per quanto mi riguarda, auspico un ritorno a sonorità pop-rock, un disco che sia di rottura, un degno erede di Resta in ascolto“... perché, in fondo, l’evoluzione più efficace sta nel trovare nuovi linguaggi per restare fedeli a se stessi.

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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