Aerostation: “Mai porre limiti o regole alla creatività” – INTERVISTA

A tu per tu con i musicisti Gigi Cavalli Cocchi  e Alex Carpani, in uscita con il loro primo album congiunto

Si intitola Aerostation il nuovo progetto artistico di Gigi Cavalli Cocchi e Alex Carpani, musicisti che non hanno bisogno di presentazioni e che vantano un curriculum di tutto rispetto con numerose e prestigiose collaborazioni. Insieme al bassista Jacopo Rossi, hanno realizzato il loro primo album in studio contenente undici brani, tra cui otto inediti e tre strumentali.

Ciao Gigi, ciao Alex, inizierei col chiedervi come nasce il progetto Aerostation e in che modo lo descrivereste?

«Il progetto nasce un paio di anni fa dall’idea di fare qualcosa insieme, siamo due musicisti che nel corso della loro carriera hanno vissuto esperienze parallele, ci siamo incrociati in diversi momenti per alcune collaborazioni, fino ad arrivare alla realizzazione di un progetto condiviso tutto nostro. Sin dall’inizio avevamo ben chiara quella che volevamo fosse la direzione sonora, il concept serpeggiava già e piano piano è diventato sempre più chiaro. Il risultato è una musica che mescola rock, alternative rock, prog, elettronica e pop in maniera, secondo noi, originale. Non ultima, l’idea di proporre il tutto dal vivo con un power trio senza l’uso della chitarra, perché nessuno di noi è chitarrista, ma abbiamo trovato il modo di riempire quegli spazi attraverso una manipolazione sonora e una riproposizione di un sound nuovo che un po’ ci contraddistingue. Ringraziamo Iaia De Capitani di AereoStella per aver creduto in questo progetto sin da subito, dandoci lo slancio per partire e dare inizio a tutto». 

All’ascolto sorprende proprio questo aspetto della chitarra, che in qualche modo si sente nonostante la mancanza. Un uso molto convincente del digitale, che ha quel retrogusto di analogico…

«Infatti, il nostro intento era proprio questo e deriva dal fatto che noi nasciamo analogici, un elemento che ci porteremo dietro per sempre. Forse è proprio questa la nostra peculiarità, portare nel nostro processo evolutivo quelle che sono le radici, ascoltando anche cose distanti dal nostro mondo, la curiosità è alla base del nostro vivere quotidiano. La nostra attitudine resta analogica, ma tendiamo ad osare e a sperimentare nuove dimensioni e tecnologie, rimanendo fedeli a noi stessi. L’atteggiamento un po’ vintage ci appartiene e lo consideriamo sano, forse anche fuori dagli schemi del music business, da qui l’idea di partire in tournée un anno prima del lancio del disco, un processo se vogliamo in controtendenza con qualsiasi logica discografica. Non abbiamo inventato nulla, anche i Pink Floyd fecero una cosa analoga con “The dark side of the moon”, proponendo un certo tipo di musica embrionale che ha preso forma proprio attraverso i concerti. Questo tipo di approccio ci piace, mai porre limiti o regole alla creatività».

A proposito di scenario discografico, con quale spirito vi affacciate al mercato e come valutate il livello generale dell’intero settore?

«Complesso e molto diversificato, in continua e rapida evoluzione. Il fulcro di tutto non è cambiato, l’oggetto protagonista è la musica, ciò che è cambiato è il modo in cui naviga e viene distribuito il prodotto, la cosa fondamentale è non perdere mai l’obiettivo finale, senza cadere nella nostalgia del passato, perché quel mondo non esiste più. Bisogna stare al passo coi tempi, seguendo i linguaggi e i metodi della modernità, senza dimenticare l’esempio e l’eredità artistica dei grandi Maestri, che ci accompagnerà per sempre. Oggi la musica è liquida ma anche di maggiore qualità, gli strumenti che abbiamo a nostra disposizione sono davvero impressionanti». 

Se doveste scegliere un’epoca del passato, quale decennio sarebbe più vicino al vostro modo di intendere la musica?

«In realtà abbiamo avuto la fortuna di nascere in un momento storico in cui c’era una grossa fame, non solo dal punto di vista musicale. Relazionandoci con le nuove generazioni, per fortuna, ci rendiamo conto che questo spirito non si è perso, forse si è solo assopito, tutto sommato siamo appagati dall’epoca che stiamo vivendo ma, per rispondere alla tua domanda, consideriamo gli anni ’60 il periodo in cui i movimenti sociali e culturali hanno scardinato concretamente l’intero sistema, quell’entusiasmo e quella voglia di ribaltare certi meccanismi onestamente ci manca. Ma attenzione, questa forma di anestetico è trasversale e non generazionale, perché colpisce tutti, non solo le nuove leve, per cui spesso si tende a perdere il reale senso delle cose».

Nel testo di “Straight to the sun”, primo singolo estratto dal vostro progetto, parlate proprio di affrancazione, un tema che affligge la nostra attuale società. C’è meno voglia fare rivoluzioni rispetto al passato?

«Si è prigionieri delle proprie catene. E’ chiaro che c’è una situazione sistemica di fondo che vincola tutti noi e impedisce più di tanto un netto cambiamento, ma il processo può essere anche graduale, basta un piccole seme per far germogliare l’intero giardino. Noi possiamo manifestare quanto vogliamo il nostro dissenso, ma bisogna fare i conti con noi stessi e partire dal proprio piccolo, superando limiti e paure, arrivando alla conclusione che l’immobilismo aumenta il dolore, non ne rappresenta un sollievo o una cura. Il messaggio della canzone è proprio questo: andare dritti verso il sole, la nostra luce e fonte di calore».

Che fa riferimento all concept dell’album, al discorso dell’esplorazione…

«Esattamente, per noi è un unico filo rosso che parte dal nostro interno e si dirige verso lo spazio, legando tutte le persone, perché si parla anche di comunicazione e di incomunicabilità, i famosi “non luoghi” che ritroviamo all’interno dei testi del disco, dagli aeroporti alle stazioni della metropolitana, ovvero i posti dove le persone si sfiorano e non si conosceranno mai. Mentre, quando meno te l’aspetti, il destino ci mette lo zampino e avviene l’incontro magico tra due persone che non pensavano di incontrarsi lì».

Ci vuole coraggio ad essere curiosi?

«Assolutamente si, non è una cosa facile, perché ci spinge ad andare oltre al nostro perimetro esistenziale nel quale ci sentiamo tranquilli. La curiosità vuol dire aprire lo steccato e andare fuori e rappresenta il motore che muove gli ingegneri che hanno costruito i razzi per andare lassù o, più semplicemente, gli artisti a intraprendere un discorso artistico-musicale differente. Il ruolo dello spettatore/ascoltatore è quello di avere lo stimolo di cercare il nuovo, la voglia di creare un punto di contatto con chi ha generato quel disco, quel libro, quel film. La curiosità è la materia prima per andare avanti e non adagiarsi nell’abitudine delle cose che già conosciamo, cercando al di là di quello che ci viene preconfezionato per l’uso». 

Per concludere, quale messaggio vorreste trasmettere a coloro che ascolteranno il disco?

«I messaggi sono diversi, tra tutti quello di riuscire a vincere se stessi, accettarsi e cominciare a navigare verso un altro noi, riportando in superficie quelle che sono le nostre reali necessità. Un viaggio che rappresenta una grande conquista, perché il vero universo inesplorato è dentro di noi, la rivoluzione più grande è quella che può avvenire nel nostro intimo, tendiamo sempre a pensare in grande e non ci accorgiamo che i passi più piccoli sono sempre quelli più importanti per innescare un cambiamento». 

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Nico Donvito

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