Nicolas Bonazzi: “La mia canzone-confessione per perdonare la prepotenza” – INTERVISTA

Intervista al cantautore bolognese che per la prima volta racconta la sua infanzia in musica

Torno oggi a proporvi una di quelle che amo definire le mie “piacevoli chiacchierate di musica e di vita”, quelle che molti degli insensibili e superficiali “colleghi” etichettano semplicemente come “interviste”. Per me sono un qualcosa di più, per questo ne faccio poche selezionandole sempre con grande attenzione e interesse. Il tema di questa nuova chiacchierata è la prepotenza che con paura e vergogna in molti giovani ragazzi si trovano ad affrontare tra i banchi di scuola durante la propria adolescenza. L’opportunità di parlarne è arrivata grazie ad Ali di carta, l’intensa ed emozionante lettera-panoramica di Nicolas Bonazzi che così ha perdonato e capito se stesso e gli altri. Ecco cosa mi ha raccontato:

Nicolas, oggi volevo finalmente parlare con te di Ali di carta, il tuo ultimo singolo inedito che, l’ultima volta che abbiamo parlato (qui la nostra precedente chiacchierata), era ancora un po’ “nascosto” ai più. Poi, indipendentemente da Sanremo, il brano è comunque uscito nelle radio ed è disponibile in tutti i consueti canali

<<Si, ora il pezzo c’è e sta andando anche piuttosto bene tra i brani indipendenti trasmessi dalle radio. Sono molto contento del fatto che ci sia questo apprezzamento che mi rende molto felice pur sapendo che i grandi risultati sono pressoché impossibili, o molto difficili, per chi come me è del tutto scollegato da grandi etichette o accordi con network>>.

Diciamo, però, anche che forse non è la classica canzone pop scritta per conquistare l’airplay… punta, forse, a qualcosa di diverso

<<Esatto, è una canzone che richiede ci si fermi ad ascoltarla con attenzione>>.

Forse proprio per questo il palco dell’Ariston era la giusta dimensione per far brillare di luce propria questo brano che giustamente avevi proposto per il Festival del 2018

<<Si, quello del Festival era probabilmente il contesto adatto dove avere l’attenzione per qualche minuto su di un pezzo dalla tematica non facile. Ma ormai è andata così quindi…>>.

Ti è dispiaciuto particolarmente oppure è stata soltanto una di quelle porte che si aprono leggermente per poi chiudersi subito dopo come hai detto tu qualche anno fa in un’occasione ben specifica?

<<Apprezzo la citazione, hai studiato bene (ride)! Mi è dispiaciuto moltissimo perchè ci credevo tanto nel pezzo e nel messaggio che volevo portare in modo molto personale. Per di più avevo avuto riprova durante i provini di un certo apprezzamento da parte della commissione che dirigeva i giochi. Ho accusato la botta forse più di altre volte, mi è dispiaciuto molto. Però sono una persona che non porta rancore per cui va bene così>>.

Ti ci saresti visto all’interno del’ottetto dei giovani che, poi, effettivamente ha partecipato al Festival nella sezione delle Nuove Proposte?

<<Ali di carta mi sembra un pezzo effettivamente abbastanza diverso da quella che poi è stata tutta l’atmosfera musicale del Festival e dei giovani in particolare. Però si, penso che avrebbe potuto starci benissimo. Non ho guardato, devo esser sincero, le serate ma poi, come è naturale, qualcosa filtra sempre e ho molto apprezzato, tra i brani che in un modo e nell’altro ho ascoltato in giro, il brano di Ultimo che, poi, effettivamente ha vinto>>.

Come racconteresti, invece, in sè e di per sè questa tua Ali di carta?

<<Ali di carta è un brano che a un certo punto della mia vita ho sentito l’urgenza di scrivere perchè, evidentemente, era giunto il momento di fare i conti con un nodo del mio percorso di crescita che ancora non si era sciolto e che puntualmente tornava a farsi sentire a livello di sensazioni e insicurezze personali. Ho deciso di utilizzare le potenzialità terapeutiche della musica e della scrittura per affrontare una cosa personale che, come accade per ogni esperienza propria, non è detto dovesse interessare per forza anche altre persone. In questo caso, però, ho pensato che le mie parole, la mia esperienza e la mia testimonianza potevano aiutare chi si è trovato o si trova in una situazione visto che, ahimè, stavo affrontando una tematica sempre presente tra le notizie e le sofferenze dei ragazzi di oggi. Davvero è nato prima lo sfogo personale e poi l’idea di renderlo pubblico: ho scritto questa canzone come confessione tra me e me>>.

Nel brano, come accennavi poco fa, affronti un tema importante su cui è probabilmente giusto spendere due parole

<<Esatto, nella canzone cerco di raccontare qual è stato il mio rapporto con questo fenomeno che giustamente tu hai definito “prepotenza” nella tua recensione che hai fatto qualche mese fa. Si tende oggi a parlare di bullismo spesso anche per tagliare corto ma trovo più esatto definire la mia esperienza, e di conseguenza quello di cui parla la canzone, proprio come prepotenza anche perchè quando affrontavo io queste situazioni non esisteva, o perlomeno non era diffuso come è oggi, il concetto di bullismo. In questa canzone ho scelto di vedere in una panoramica il mio percorso: sono partito dal bambino che compie i suoi primi passi in un mondo che dovrebbe essere dorato ma che poi si scontra inevitabilmente con la realtà degli altri che spesso possono andare a colpire dritto dritto le ferite di chi ha una sensibilità più spiccata o qualche nervo ancora scoperto>>.

La canzone, poi, si evolve nel suo racconto arrivando anche al diventare adulti

<<La canzone è, esattamente come la vita, una crescita partendo dal racconto di questa sensazione di disarmo totale, proseguendo nel tentativo di rifugiarsi in sè stessi e concludendosi nel momento in cui avviene l’affronto-confronto con i demoni passati con la consapevolezza di un adulto. Gli atti di forza di allora appaiono come atti di debolezza agli occhi del “me adulto” che, alla conclusione del brano, riappacifica il “me bambino” e “gli altri”. Il perdono è secondo me l’unica strada percorribile per fare i conti con il passato visto che le cose non si possono mai cambiare o cancellare: l’unico strumento che abbiamo a disposizione è la nostra maturità acquisita con gli anni>>.

Il fine terapeutico che avevi attribuito alla musica per esorcizzare questa esperienza ha avuto l’effetto sperato in questo caso o no?

<<Per me ha funzionato. Il brano mi ha aiutato a superare un qualcosa che non avevo mai avuto il coraggio di affrontare anche a causa di quella forte vergogna che si lega a questo tema: generalmente il bambino che si sente vittima di questi fenomeni non capisce che non è sua la colpa e per questo ha una forte reticenza a raccontare ciò che vive>>.

E’ un pezzo che avevi scritto da poco oppure era già qualche tempo che lo tenevi nel cassetto?

<<Il pezzo in realtà è proprio recentissimo e Marco Rettani mi ha aiutato nella finalizzazione. E’ successo una cosa strana ultimamente che mi ha portato a fare dei laboratori di recitazione che mi hanno portato ad esercitarmi su alcune mie dinamiche emotive che mi hanno portato a ritrovare questa mia esperienza che, in circa un anno, mi ha fatto maturare dentro di me questa canzone. Il brano concluso per così com’è, però, l’ho avuto solo verso fine settembre e da lì a nemmeno un mese sarebbero state chiuse le selezioni per Sanremo>>.

Invece, rispetto al destinatario di questo brano che, oltre ad essere te stesso, è anche quel ragazzo, o quel gruppo di ragazzi, di cui tu racconti, hai più avuto occasione di rivederlo/i in questi anni?

<<Per scrivere il testo mi sono concentrato su di un unico destinatario che, però, nella realtà dell’esperienza vissuta era contornato da tutta un’altra serie di ragazzini che, come sempre succede, formano il “gruppetto del più forte”. In questi anni, poi, non ho mai avuto modo di rincontrare quelle persone anche se è un qualcosa che può comunque accadere e che vivrei in modo sereno>>.

Come la affrontavi interiormente questa situazione quando eri più piccolo?

Nicolas Bonazzi<<Incassavo il colpo e lasciavo perdere ma non mi piace definirmi “debole” perchè se penso, con il senno di poi, alla grande fatica che ho fatto per tenermi dentro tutto questo peso realizzo il fatto che di forza, in realtà, ne ho avuta eccome>>.

Nel tuo caso si è trattato di un periodo limitato oppure è stata un’esperienza che ti ha accompagnato per più tempo?

<<Già alla scuola materna qualche piccolo cedimento l’ho avuto ma poi è stato soprattutto il periodo di passaggio tra le scuole elementari e le scuole medie a rappresentare l’apice vero e proprio. Quello delle scuole medie per me è stato il periodo peggiore forse anche per il momento di transizione tra l’essere bambino e il diventare un adolescente che porta a sommare anche tutta una serie di dinamiche particolari. Con il liceo poi tutto si è rimesso apposto>>.

Nella canzone tu dici “quest’aula è una prigione ma se chiudo gli occhi posso andare via”: credi che, in qualche modo, anche questa esperienza ti abbia aiutato a sviluppare quella sensibilità di cui parlavamo prima e che appartiene all’artista per eccellenza?

<<Sicuramente quando le cose che si hanno intorno fanno male si è portati a ripiegarsi verso il proprio interno. Personalmente posso dire che se all’esterno vivevo delle situazioni infelici dentro avevo dei paradisi ricchissimi, delle vallate rigogliose di fantasie, posti molto confortevoli in cui stare infatti non penso a me come un bambino infelice, anzi, avevo una grandissima fantasia e una rigogliosa intimità da nutrire in tanti modi e sicuramente tutto ciò ha favorito la mia tendenza a convogliare le emozioni in musica>>.

Quanto è stata per te importante la musica a tal proposito?

<<La musica è stata importantissima per me, per tutta la mia infanzia e la mia giovinezza>>.

Riguardo al futuro, invece, hai già dei programmi rispetto a un eventuale disco, nuovo singolo o delle date live?

<<Stiamo lavorando ad un disco ma il concetto rimane quello del “chi vivrà vedrà” nel senso che ancora non c’è niente di consolidato a livello “istituzionale”. Ci sono sicuramente i pezzi perchè sto continuando a scrivere sperimentando e confrontandomi anche con la lingua inglese su cui non m’ero mai focalizzato. Vediamo cosa succederà… Questa canzone la penso un po’ come qualcosa a se stante rispetto ad un eventuale progetto che spero si possa concretizzare tra non troppo tempo>>.

In qualche modo, però, questa canzone segna una tua evoluzione musicale oppure credi che rimarrà un capitolo a se stante?

<<Secondo me Ali di carta mi fa sentire molto centrato in tutto: nelle parole, nella musica, nell’interpretazione. Sicuramente è un pezzo da cui io riparto verso nuovi posti che non so dire quali saranno ma che trarranno origine da questo nuovo punto fermo>>.

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Ilario Luisetto

Direttore di "Recensiamo Musica" e suo fondatore dal 2012. Sanremo ed il pop (esclusivamente ed orgogliosamente italiano) sono casa mia. Mia Martini è nel mio cuore sopra ogni altra/o ma sono alla costante ricerca di nuove grandi voci che possano accompagnarmi.

Ilario Luisetto

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