Peppino Di Capri e i suoi quindici Festival di Sanremo che raccontano un’epoca

Peppino Di Capri Sanremo

Due vittorie, quindici partecipazioni e un Premio alla carriera: in pochi ha raccontato così a lungo l’evoluzione del Festival di Sanremo come Peppino Di Capri

Ci sono artisti che vincono il Festival di Sanremo. E poi ci sono artisti che finiscono per identificarsi con il Festival stesso. Peppino Di Capri appartiene senza dubbio alla seconda categoria. La sua storia con la manifestazione attraversa quasi quarant’anni di musica italiana, dal debutto del 1967 fino all’ultima partecipazione del 2005.

Quindici presenze in gara, due vittorie, decine di canzoni, cambi di regolamento, rivoluzioni musicali e persino il passaggio dal Casinò all’Ariston. Pochissimi interpreti possono vantare un legame tanto profondo con la kermesse. Quando tornò sul palco dell’Ariston nel 2023 per ricevere il Premio alla carriera, accolto da una lunghissima standing ovation, sembrò chiudersi simbolicamente il cerchio di una delle più straordinarie storie d’amore tra un artista e il Festival.

Il debutto amaro, la crisi e la rinascita

La prima volta di Peppino Di Capri a Sanremo arriva nel 1967. Ha soltanto ventotto anni, ma è già una star. Ha dominato le classifiche, è stato il re del twist, ha aperto gli storici concerti italiani dei Beatles e rappresenta uno dei volti più popolari della musica leggera. Il Festival, però, gli riserva una delusione. Con “Dedicato all’amore“, interpretata insieme a Dionne Warwick secondo il regolamento dell’epoca, non riesce a conquistare la finale.

Passano quattro anni. Nel 1971 torna con “L’ultimo romantico“, in abbinamento con Pino Donaggio. Anche questa volta il risultato non è quello sperato: undicesimo posto. Sono gli anni più complicati della sua carriera. L’esplosione del beat e dei complessi inglesi ha cambiato il gusto del pubblico. Molti protagonisti della stagione del twist sembrano improvvisamente appartenere al passato. Peppino, però, non si arrende. Riparte dai locali, fonda una propria casa discografica, ricostruisce la sua carriera passo dopo passo. È una lezione che ricorderà spesso: il successo bisogna saperlo vivere, ma bisogna anche saper accettare quando si allontana.

Il terzo tentativo è quello decisivo. Nel 1973 presenta “Un grande amore e niente più”. È una canzone elegante, intensa, costruita su una melodia raffinata e impreziosita dalle parole di Franco Califano. Dietro quel brano c’è un curioso retroscena. La collaborazione tra Peppino e il “Califfo” nasce quasi per scommessa, su intuizione di Claudio Mattone. I primi testi non convincono il cantante, che li rimanda indietro con giudizi impietosi. Solo dopo vari tentativi Califano consegna il testo definitivo, quello destinato a entrare nella storia. Il risultato è straordinario.

Peppino Di Capri conquista il suo primo Leone di Sanremo e diventa il simbolo del rilancio della grande melodia italiana in un Festival che cerca una nuova identità. Paradossalmente il 1973 è ricordato soprattutto per un’altra canzone. Pochi mesi dopo la vittoria nasce “Champagne”. Non viene presentata al Festival, ma a Canzonissima. Non vince neppure quella manifestazione. Eppure diventerà il brano che più di ogni altro lo identificherà nel mondo, superando per popolarità perfino le due canzoni vincitrici di Sanremo. Una dimostrazione di come il successo non segua sempre una logica, quantomai le classifiche.

Il secondo trionfo e la seconda fase della sua carriera

Tre anni più tardi arriva una nuova impresa. È il 1976. Sanremo vive una delle edizioni più particolari della sua storia: l’ultima ospitata al Casinò e l’ultima trasmessa in bianco e nero. Peppino porta “Non lo faccio più”, un brano lontano dagli stereotipi della classica canzone sanremese. Lui stesso non crede fino in fondo nella possibilità di vincere. Invece il pubblico e la giuria premiano proprio quella diversità. Arriva così il secondo successo personale, che lo inserisce definitivamente tra i grandi protagonisti della storia del Festival.

Molti artisti, dopo due vittorie, avrebbero probabilmente chiuso il proprio rapporto con Sanremo. Peppino Di Capri sceglie la strada opposta. Continua a tornare. Lo fa nel 1980 con “Tu cioè” prima partecipazione sul palco dell’Ariston. Nel 1985 arriva “E mo’ e mo’“, seguita due anni dopo da “Il sognatore“, scritta insieme a Toto Cutugno, fino all’ultimo considerata dallo stesso artista una delle sue canzoni preferite.

Nel 1988 propone “Nun chiagnere“, riportando il dialetto napoletano al centro della scena. L’anno seguente è la volta de “Il mio pianoforte“, quasi un autoritratto musicale. Nel 1990 sorprende tutti con “Evviva Maria“, una coloratissima contaminazione latina, in abbinamento con Kid Creole and the Coconuts, dimostrando ancora una volta la voglia di sperimentare e di lasciarsi contaminare dai generi. Lo aveva fatto anni prima col twist, lo rifà con la lambada.

La sua presenza diventa ormai una costante del Festival. Nel 1992 canta “Favola blues” insieme a Pietra Montecorvino, mentre nel 1993 presenta “La voce delle stelle”. Nel 1995 arriva una delle operazioni più originali della sua carriera. Sale sul palco dell’Ariston con Gigi Proietti e Stefano Palatresi formando il Trio Melody. Il brano “Ma che ne sai (…se non hai fatto il piano-bar)” è un omaggio ironico e affettuoso alla gavetta nei locali, quella scuola che Peppino ha sempre considerato fondamentale per qualsiasi musicista.

L’addio alla gara, il Premio alla carriera e l’eredità di Peppino Di Capri

Dopo “Pioverà (Habibi ené)” nel 2001, caratterizzata da sonorità mediorientali, arriva il congedo. È il 2005. Peppino Di Capri presenta “La panchina”. Non è una canzone d’amore. Racconta invece un anziano che osserva la vita e sogna di tornare bambino. È un testo malinconico, poetico, quasi autobiografico, che ancora oggi rappresenta una delle pagine più mature del suo repertorio. Con quella partecipazione stabilisce il record personale di quindici Festival, un primato tutt’ora imbattuto, che condivide con Al Bano, Toto Cutugno, Milva e Anna Oxa.

Le due affermazioni del 1973 e del 1976 raccontano soltanto una parte della storia. Il vero lascito sanremese di Peppino Di Capri è sia la continuità che la voglia di sperimentare. Ha attraversato quattro decenni di Festival cercando ogni volta una strada diversa: il rock’n’roll, la melodia, il blues, il dialetto, la musica latina, le sonorità mediterranee. Ogni ritorno rappresentava un nuovo capitolo della sua evoluzione artistica.

Per questo il Premio alla carriera ricevuto nel 2023 non fu soltanto un omaggio a una lunga discografia, ma il riconoscimento di un rapporto speciale con la manifestazione che più di ogni altra aveva accompagnato la sua vita. Quindici partecipazioni, due vittorie e un applauso finale che sembrava racchiudere sessant’anni di storia della canzone italiana. Perché Peppino Di Capri non è stato soltanto uno dei grandi protagonisti di Sanremo. Per generazioni di italiani, è stato Sanremo stesso.

Peppino Di Capri, le partecipazioni in gara al Festival di Sanremo

  1. Dedicato all’amore (Sanremo 1967) – non finalista
  2. L’ultimo romantico (Sanremo 1971) – 11° posto
  3. Un grande amore e niente più (Sanremo 1973) – 1° posto
  4. Non lo faccio più (Sanremo 1976) – 1° posto
  5. Tu cioè.. (Sanremo 1980) – 20° posto
  6. E mò e mò (Sanremo 1985) – 9° posto
  7. Il sognatore (Sanremo 1987) – 5° posto
  8. Nun chiagnere (Sanremo 1988) – 17° posto
  9. Il mio pianoforte (Sanremo 1989) – 11° posto
  10. Evviva Maria (Sanremo 1990) – 15° posto
  11. Favola blues con Pietra Montecorvino (Sanremo 1992) – 14° posto
  12. La voce delle stelle (Sanremo 1993) – non finalista
  13. Ma che ne sai… con Gigi Proietti e Stefano Palaresi (Sanremo 1995) – 13° posto
  14. Pioverà (Sanremo 2001) – 11° posto
  15. La panchina (Sanremo 2005) – finalista
Scritto da Nico Donvito
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