Sanremo 2018: le pagelle della prima serata a canzoni e show

Vince Fiorello. Baglioni annoia. Tra le canzoni tanta nostalgia e poca contemporaneità

E’ partito (contrariamente alle attese di molti) meglio di quanto si credesse. Almeno dal punto di vista degli ascolti (ne abbiamo parlato qui). Per quanto riguarda show e musica, forse, la storia è diversa. Claudio Baglioni sorride perchè ha evitato il grandissimo pericolo dello share. Sul palco non ci sa stare, parla parla e annoia parecchio: meglio che canti e basta. Michelle Hunziker è un tutto fare e, in effetti, è lei a condurre davvero lasciando a un teatrale Pierfrancesco Favino le briciole (o poco più).

Dirottiamo sulle canzoni dove vince la malinconia il senza tempo (che va ad escludere per forza di cose la contemporaneità e la radiofonicità). Poco ritmo, poca leggerezza (anche di temi) e qualche timidissima sorpresa rispetto a quanto ci si poteva aspettare sulla carta. Ma veniamo ai voti. Chi è tra i promossi di questa prima serata?

  • ANNALISA – IL MONDO PRIMA DI TE

Parte lenta, lentissima. Talmente tanto che è quasi difficile riconoscere il mood sonoro della bella Nali, più spigliata che mai, che appare vicino al repertorio sanremese di Giorgia (con un testo un bel po’ più debole). Poi finalmente si apre melodicamente e la voce potente e ariosa esce allo scoperto. Sicuramente un brano funzionale, sanremese, radiofonico, e dotato di una grandissima esposizione vocale tra sali e scendi di tonalità che, si sa, in Riviera sono sempre apprezzatissimi. Annalisa canta sempre benissimo ma ha dimostrato di saper proporre di meglio sia all’Ariston che fuori. Una canzone gradevole ma che si presenta per una stagione, o poco di più. VOTO: 7=

  • RON – ALMENO PENSAMI

Difficile discernere la consapevolezza di ascoltare un brano inedito di Lucio Dalla dall’effettivo valore del brano. A Ron va dato il merito di saper rendere onore alla penna del grande maestro bolognese con eleganza, raffinatezza e dignità e coerenza ma, forse, il difetto è proprio questo: Lucio si sente e si sente fin troppo. Ron non è Lucio, lo può cantare forse ma cercare di cantare un suo brano come lo avrebbe fatto lui non è detto sia la scelta giusta. Sicuramente un bel pezzo ma non da standing ovationcome avrebbe potuto essere se a cantare fosse stato Lucio. VOTO: 7.5

  • THE KOLORS – FRIDA (MAI MAI MAI)

Vedasi Annalisa. Canzone perfetta per una stagione ma poi difficile immaginare un futuro più lungo di un paio di mesi e al di fuori delle radio (soprattutto una). Stash canta e ci mette tutta la sua energia, i coretti (perfetti per entrare in testa) e adotta la ricetta giusta per dominare la rotazione radiofonica vantando anche un arrangiamento contemporaneo e variegato con la ritmica, la parte sinfonica e un interessante assolo di basso.  VOTO: 6

  • MAX GAZZE’ – LA LEGGENDA DI CRISTALDA E PIZZOMUNNO

Ma è davvero Max Gazzè? Quello che con qualsiasi canzone proponga domina le radio pur rimanendo fuori dalle mode e dagli schemi del mercato? E’, forse, questo il primo passo falso all’Ariston della carriera del caro Max che tradisce le aspettative: canta in modo non del tutto convincente, evita volutamente il tormentone affidandosi al mondo sinfonico e risulta più sofisticato di quanto potrebbe e dovrebbe permettersi. Bell’arrangiamento ma chi la canterà sotto la doccia? VOTO: 6=

  • ORNELLA VANONI, BUNGARO E PACIFICO – IMPARARE AD AMARSI

Ornella è Ornella, una gran signora della canzone che ancora oggi continua a dare lezioni a chiunque voglia provare a fare della musica la propria arte e la propria vita. La classe non è acqua e mai come stavolta la cosa è evidente e chiarissima. Certo, Pacifico e Bungaro hanno un ruolo di contorno se non meno ma a loro va il plauso per la canzone in sè, a Ornella tutto il resto. Dentro ci sta chiaramente il riferimento a Che sia benedetta di Fiorella Mannoia: riuscirà l’elogio alla vita a vincere il Festival questa volta? L’originale è sempre irraggiungibile ma anche questa non è per niente male. La migliore del lotto. VOTO: 8

  • ERMAL META E FABRIZIO MORO – NON MI AVETE FATTO NIENTE

Parte che ricorda un po’ Pensa di Moro per la sua intensità, poi Meta ci mette il cantato melodico (e il gorgheggio alla Amara terra mia) e volta pagina portando ad un inciso che permette di farsi canticchiare con spensieratezza facendo dimenticare, per un momento, il tema importante del pezzo. Il problema sta nel cantato di Moro (che esce allo scoperto soltanto nella rottura dello special), non esattamente dentro al brano, e nel fatto che probabilmente la canzone non appartiene davvero nè all’uno nè all’altro. Vittoria a rischio? Ora che c’è anche il rischio squalifica le quotazioni crollano. VOTO: 7+

  • MARIO BIONDI – RIAVERTI

La canzone è inesistente e totalmente inutile. Biondi è Biondi da anni ormai solo per la sua voce e dopo questo brano continuerà ad esserlo pur senza portare nulla di nuovo al Festival, anzi, forse riaprendo qualche armadio chiuso da tempo. Classicissimo e funzionale alla platea tradizionalissima dell’Ariston, anzi, forse persino troppo. Apre bocca e si rimane incantati ad ascoltarlo ma di certo la canzone non vale quanto lui. VOTO: 5

  • ROBY FACCHINETTI E RICCARDO FOGLI – IL SEGRETO DEL TEMPO

Cantano seduti al pianoforte con una chiarissima apertura alla Cinque giorni di Michele Zarrillo che, poi, proseguono senza alcuna pietà richiamando almeno un’altra decina dei pezzi (non solo dei Pooh). Facchinetti canta, come prevedibile, a modo suo, Fogli prova ad andargli dietro ma il risultato è una miscela di spunti altrui messi insieme senza alcun criterio. Perchè rovinarsi così? Rischiano il premio del brano più inutile della kermesse sanremese. VOTO: 4

  • LO STATO SOCIALE – UNA VITA IN VACANZA

Esibizione molto più forte dell’interpretazione e delle resa vocale. La ricetta è chiaramente quella seguita e inaugurata appena 12 mesi da Francesco Gabbani: il ritornello è fatto per i coretti e la nonna ballerina è la nuova “scimmia nuda”. Manca, però, qualcosa per creare il tormentone sanremese facile facile ma, d’altronde, bisognava mantenere un qualche elemento fedele al repertorio. Da migliorare la resa vocale dal vivo e poi la scalata della classifica sarà un gioco da ragazzi (avversari permettendo). Per ora i più coinvolgenti e in Sala Stampa si preparano già i trenini VOTO: 7

  • NOEMI – NON SMETTERE MAI DI CERCARMI

Torna alla dimensione di un tempo la bella e solare Noemi che con la scrittura di Diego Calvetti trova finalmente la quadratura del cerchio. Non è il brano più bello che lei abbia proposto al Festival ma dimostra già una netta ripresa dopo le ultime apparizioni troppo deludenti o di nicchia. Dentro questa sua nuova partecipazione ci stanno tutte le precedenti: i successi radiofonici delle origini, l’interpretazione e l’intensità alla Vasco-Curreri (di cui i continui ed evitabili eh-eh-eh ne sono un chiarissimo rimando) e il racconto dell’amore sofferto di Sono solo parole. Finalmente Noemi torna ad aessere Noemi. VOTO: 7.5

  • DECIBEL – LETTERA AL DUCA

Brano decisamente molto più in stile “alla Ruggieri” che “alla Decibel” il che va anche bene, più o meno. Orchestrale e con venature di Bowie nella scrittura della linea melodica del basso. Non entusiasma nè delude per chi, come me, non ha mai amato il loro mondo sonoro. Non ha sussulti ma si mantiene dignitosamente su uno standard che è quel che è. VOTO: 5.5

  • ELIO E LE STORIE TESE – ARRIVEDORCI

Provano a mettere in piedi un nuovo show con questa insipida proposta che risulta estremamente meno travolgente delle loro ultime partecipazioni. L’auto-elogio in musica, si sa, è sempre meglio evitarlo, soprattutto a fine carriera. Dove sta l’ironia sottile e astuta a cui avevano abituato? Poco centrati e, forse, viene da chiedersi perchè abbiano scelto questa chiusura di sipario poco dignitosa. Forse siamo davvero “ai titoli di coda”: scorre via senza alcun sussulto. VOTO: 3

  • ETERNO – GIOVANNI CACCAMO

Sanremese fino al midollo con chiara ispirazione a quella scelta mengoniana de L’essenziale dove il ritornello si apre dando sfoggio alla voce (non delle più personali e indimenticabili) e alla disperazione difronte a certezze che crollano all’improvviso lasciando “soltanto gli occhi tuoi”. Cantato da una voce più centrata, riconoscibile e suadente avrebbe sicuramente reso maggiormente ma per Giovanni questo pezzo rappresenta il punto più alto del suo percorso sia come autore che come interprete. VOTO: 6++

  • RED CANZIAN – OGNUNO HA IL SUO RACCONTO

Perchè Canzian canta più “alla Fachinetti” dello stesso Facchinetti? Il problema vero è che il pezzo funziona davvero ed è capace di dare una botta di vita, un sussulto d’energia. I coristi tornano finalmente a far qualcosa dopo più di una decina di pezzi cantati in solitaria (ricordiamoci che le tendenze contemporanee sono tutte basate sull’utilizzo delle doppie voci) e la sala stampa già si fa trascinare. Sarà l’ora tarda. VOTO: 6.5

  • LUCA BARBAROSSA – PASSAME ER SALE

Difficile capirla se non si vive quella quotidianità e quell’ambiente che vuole raccontare. Barbarossa ci mette il romano (riducendo, di conseguenza, il potenziale pubblico fruitore) ma non adotta una melodia spensierata come quella che ci si potrebbe aspettare. Viene scelta la malinconia, la tristezza e la poca volontà di creare uno strappo. Tutto scorre tranquillo dall’inizio alla fine senza regalare nessuno brivido emotivo capace di catturare l’attenzione. VOTO: 4+

  • DIODATO E ROY PACI – ADESSO

Diodato è dotato di una grande capacità autorale che si manifesta soprattutto nella strutturazione della melodia perfettamente addossata all’orchestra in cui la tromba di Roy Paci si nota poco o niente (almeno fino all’assolo finale). Diodato canta e mette più voce che mai senza, però, riuscire a centrare il ritornello giusto, quello che rimane in testa fin da subito. Piacevole, orchestrata benissimo, ma, forse, poco incisiva se si punta all’assimilazione immediata. VOTO: 6+

  • NINA ZILLI – SENZA APPARTENERE

Più pop che mai la bella Nina che si concede ad una ballata troppo tradizionale dove il suo soul ha per sè fin troppo poco spazio. L’interprete rimane intrappolata in un territorio fin troppo poco personale. La sua voce è sempre piacevole e il tema è sensibilmente apprezzabile ma, forse, le sonorità scelte non lo esaltano appieno non permettendo a Nina di dimostrare quando, davvero, è in grado di fare con la propria voce quando si sente a proprio agio. Il tema la salva ma sarà sufficiente? VOTO: 6=

  • RENZO RUBINO – CUSTODIRE

Non osa poi troppo il giovane Renzo Rubino che conserva stabilmente il suo abituale modo di scrivere usando immagini non esattamente quotidiane o d’immediata decifrazione. Sicuramente un bel brano ma, forse, fin troppo agè e teatrale come mood sonoro. Conferma le ottime impressioni suscitate in passato su questo palco ma, se lo scopo è raggiungere e conquistare la larga platea, forse non è questo il passo giusto da compiere. VOTO: 6

  • ENZO AVITABILE E PEPPE SERVILLO – IL CORAGGIO DI OGNI GIORNO

Tra i due partecipanti vince 10 a 0 Enzo Avitabile sia per interpretazione che per coinvolgimento nel brano che si avverte essere realmente “suo”. Il suono mediterraneo, urbano e cittadino della scrittura del Maestro partenopeo esce prepotentemente in modo lampante e la teatralità di Enzo sul palco aiuta a far spiccare il volo ad una canzone che, giusto qui e soltanto qui, poteva prendere forma in questo modo così importante. VOTO: 6/7

  • LE VIBRAZIONI – COSI’ SBAGLIATO

Sarcina ci mette l’energia e porta finalmente un po’ di pop-rock contemporaneo in questo Festival staccandosi dalla tradizione sanremese della canzone nostalgica e ariosa melodicamente. L’inciso risulta, forse, più debole delle strofe  incessanti ma l’arrangiamento sicuramente smuove l’atmosfera e rende giustizia al repertorio più abituale del gruppo negli anni d’oro. Un bel modo per riproporsi in una buona forma con una sufficiente (anche se non piena) sostanza. VOTO: 6++

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Ilario Luisetto

Direttore di "Recensiamo Musica" e suo fondatore dal 2012. Sanremo ed il pop (esclusivamente ed orgogliosamente italiano) sono casa mia. Mia Martini è nel mio cuore sopra ogni altra/o ma sono alla costante ricerca di nuove grandi voci che possano accompagnarmi.

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