Il conduttore ravennate già al lavoro della 71esima edizione del Festival della canzone italiana

Ripetersi o non ripetersi, questo è il problema… l’amletico dubbio di shakespeariana memoria che sarà passato per la testa di Amadeus, confermato alla guida di Sanremo 2021 dopo i positivi riscontri ottenuti con la 70esima edizione del Festival. Per il secondo anno consecutivo il conduttore ricoprirà il duplice ruolo di presentatore e direttore artistico, affiancato sul palco dell’Ariston dall’amico Fiorello. Il rischio di creare una fedele riproduzione di Sanremo 2020 c’è, se ricordate bene era già accaduto alla coppia Fazio-Littizzetto, premiata dagli ascolti nel 2013 ma non nel 2014, anche perché la formula riproposta era praticamente identica. Da sempre, la vera forza della kermesse sta nel rinnovarsi anno dopo anno, nel proporre qualcosa di nuovo televisivamente e musicalmente parlando.

Il regolamento misterioso

Al suo secondo mandato, Amadeus si ritrova davanti ad un bivio, tra la scelta di ripetersi e quella di azzardare qualcosa di nuovo. E’ notizia di questi giorni la lavorazione di un nuovo misterioso regolamento, presentato in Rai lo scorso 23 giugno, all’attenzione del direttore della prima rete Stefano Coletta. Tra i rumors si parla della possibilità di godere per tutte le serate della presenza di Jovanotti, in un ruolo analogo a quello occupato lo scorso anno da Tiziano Ferro, in modo da ricomporre l’ex magico trio di Radio Deejay. Già si vociferava la sua presenza per la passata edizione, ma il periodo di messa in onda del Festival combaciava con le riprese del documentario “Non voglio cambiare pianeta!”, il lungo viaggio del cantautore toscano che ha percorso ben 4.000 km in bicicletta, molto probabilmente per allenarsi ed essere in forma per la faticosa settimana sanremese.

Scherzi a parte, per quanto riguarda il cast, è decisamente prematuro ipotizzare pseudocandidati, di certo c’è la volontà da parte dell’organizzazione di realizzare un’edizione ancora più di successo rispetto a quella trascorsa, che sia soprattutto significativa e rappresentativa di un mondo che, a causa della pandemia, è profondamente cambiato. Quindi, è necessario riuscire a tirare in ballo grandi nomi e belle canzoni, le attuali difficoltà del settore discografico potrebbero facilitare una maggiore presenza di “veri big” rispetto alla media dell’ultimo decennio. Senza live o con i concerti che ripartiranno in sordina (chissà quando), il Festival resta senz’altro la vetrina più importante e ambita, il canale per raggiungere milioni di persone in un colpo solo.

Per permettere un ritorno di nomi che hanno fatto la storia della musica, è fondamentale che il regolamento non penalizzi gli artisti con una carriera longeva e autorevole alle spalle, anche se dobbiamo ammettere che il sistema di voto negli ultimi anni ha funzionato bene, con la sala stampa che, di fatto, ha  favorito la vittoria sia di Mahmood che di Diodato. Trovare il meccanismo elettorale perfetto è impossibile, da anni ci provano anche in politica con scarsi risultati, quello che si potrebbe fare è cercare un’alternativa alla giuria demoscopica un po’ troppo vintage, di moda negli anni ’80 come le schedine del Totip. Magari si potrebbe sostituirla con una giuria di giovani provenienti dal mondo del web, vista la volontà Rai di puntare su una realtà sempre più multipiattaforma, anche perché il televoto è legato ad una fascia di pubblico di un’età superiore a quella dei millennials, che un sms non sanno nemmeno cos’è.

La sezione “Campioni” e “Nuove Proposte”

La categoria “Campioni” potrebbe riabbracciare i grandi big, quelli che a Sanremo non ci tornano da un bel po’. Per certi versi, la vittoria di Diodato ha trasmesso un segnale positivo e importante, perché ha premiato la canzone più bella in gara. Questo non accade spesso, anzi, ma la forza di Amadeus è stata quella di mettere in piedi un cast con tante proposte radiofoniche e moderne, per fare in modo che il Festival avesse una vita anche dopo la serata finale, anche sui social. Al tempo stesso, ha fatto in modo che l’equilibrio del regolamento permettesse un trionfo decisamente meritocratico, senza sorprese spiazzanti. Infatti, a vincere è stata davvero la canzone, Fai rumore è un pezzo che resterà sicuramente nel tempo, a dispetto di altri brani che hanno ricevuto il primo premio ma che fatichiamo oggi a ricordare.

Se ci pensate bene, nell’ultimo decennio ci sono state solo due vittorie schiaccianti e di prestigio, ovvero Roberto Vecchioni nel 2011 e gli Stadio nel 2016, in entrambi i casi nelle annate successive abbiamo assistito agli inaspettati ritorni di Lucio Dalla (dopo ben quarant’anni), Eugenio Finardi e Samuele Bersani nel 2012, Fiorella Mannoia e Paola Turci nel 2017. Sarà stato un caso? Io non credo. Vittorie di questo spessore rappresentano una sorta di specchietto per le allodole per chi, solitamente, storce il naso e snobba la manifestazione. Sarebbe fondamentale rivoluzionare anche la sezione Nuove Proposte, ripristinata dopo l’anno sabbatico voluto da Baglioni, una categoria che non trova giustizia nella formula dell’eliminazione diretta, che fa molto talent show, non a caso quest’anno a classificarsi tra i primi due posti sono stati Leo Gassmann e Tecla Insolia, entrambi reduci dalla sovraesposizione mediatica delle loro rispettive trasmissioni televisive. In più, le sfide non rendono merito agli stessi giovani, soprattutto nell’ultima annata considerando le ravvicinate percentuali di scarto.

E se le categorie fossero tre?

Non funziona nemmeno la durata delle serate, quest’anno abbiamo davvero toccato i massimi storici, le ore di sonno sono fondamentali per tutti. Quindi, ridurre il numero delle canzoni in gara? Oppure ristabilire l’eliminazione anche per la categoria “Campioni”? Personalmente la soluzione da consigliare ad Amadeus ce l’avrei, in realtà la prendo in prestito dal passato, perché le idee migliori le traiamo dalla storia. Ricordate il 1989? Anno bistrattato a causa di un’imbarazzantissima conduzione a quattro, che messi insieme non ne facevano uno, quella è stata l’unica edizione a vantare la presenza di tre categorie: “Campioni”, “Emergenti” e “Nuovi”. La differenza tra emergenti e nuovi? Semplice, i primi avevano già partecipato al Festival, realizzato progetti discografici e comparsate televisive, i secondi erano praticamente debuttanti.

Pensateci un attimo, un artista che esce da un talent senza vincerlo, è un big o un giovane? Nè uno né l’altro in realtà, per cui una categoria come quella “Emergenti” potrebbe dare spazio a tante proposte di medio livello, che finalmente possono giocare ad armi pari tra loro, senza danneggiare le altre Nuove Proposte e senza destare scandalo o giocare il ruolo di outsider tra i “Campioni”. Chissà Amadeus cosa si sarà inventato, il nostro consiglio è quello di consultare “madame Storia”, ripassarsi l’evoluzione del Festival per evitare di ripetere errori già commessi o, magari, riproporre formule attualizzandole al contesto dell’odierno settore discografico, perché riducendo il numero di posti in gara si dà la possibilità a meno artisti di affacciarsi sul mercato e Dio solo sa quanto sarebbe gravoso in questo preciso momento.

Ha una bella gatta da pelare il nostro amico Amedeo, non vorremmo essere nei suoi panni, ma siamo certi che la musica sarà nuovamente in buone mani, proprio come lo scorso anno. A lui il compito di organizzare e presentare il primo Festival post-Covid, che sarà diverso da tutti gli altri per impatto emotivo. In questi mesi abbiamo finalmente capito che le canzoni hanno un potere immenso, terapeutico e motivazionale.

Aspettiamoci un Sanremo 2021 con meno quote talent e meno quote rap, data la classifica dello scorso anno, magari nel regolamento verrà apportata una modifica per fare in modo che non si ripeta una bagarre alla Bugo-Morgan, perché qualcuno potrebbe ripercorre le loro “gesta” dato il rilevante riscontro in termini di popolarità. Fossi nel direttore artistico, eviterei anche di svelare in giro il cast prima dell’ufficialità, magari senza aspettare il 6 di gennaio, o si rischierebbe di rivivere un bel dejavu. L’augurio da parte nostra è quello di poter raccontare altre belle storie, come quella di Diodato e di Tosca, di poter applaudire altre audaci e sbalorditive scelte artistiche.

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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